Definizione di paesaggio

Il paesaggio geografico, inteso come un’area considerata per le sue caratteristiche fisiche, antropiche, biologiche ed etniche, (quello industriale per esempio), è meritevole di tutela conservativa? Che cosa significa conservare un paesaggio, mantenerlo allo stato attuale? Bisogna  dunque negare il diritto ai coloni ebrei di trasformare il paesaggio desertico in agricolo? E quando ci indigniamo, giustamente,  per la distruzione del paesaggio amazzonico intendiamo difendere l’ambiente naturale o tutelare il valore estetico del paesaggio? E quando la natura, fin troppo  operosa, cancella, ogni anno, migliaia di chilometri quadrati di verde creando “fantastici” paesaggi desertici, intende manifestare un’autonoma  propensione per la Land Art facendo sua la teoria di Michela Roux[1] per la quale le dune rappresentano la proiezione estetica delle onde marine? O quando  crea spaventosi e fantastici paesaggi vulcanici intende condividere il gusto settecentesco per il pittoresco o insinuarsi tardivamente nel dibattito filosofico della seconda metà del settecento per la   determinazione  del sublime come una categoria dell’estetica che si colloca oltre il bello, al confine dell’orrido e dello spaventoso?.

[1] Michel Roux, Le desert de sable, Paris, L’Harmattan,1996, pag. 8.

Non è nemmeno facile dare una definizione di paesaggio; se ne possono dare tante quante sono le discipline che se ne occupano, in quanto il termine viene determinato dalla struttura linguistica  propria della disciplina.[1]

Nel linguaggio comune si  fa riferimento soprattutto ad una dimensione estetica del paesaggio, mediata a sua volta dai dipinti, intendendolo come luogo esterno ed aperto in cui lo spazio diventa luogo, come dice Rosario  Assunto «per la forma specifica ad esso data dalla natura montagne, corsi d'acqua, vegetazione e dalla storia, gli abitati gli uomini gli animali».[2]

Nello stesso testo, l’autore dedica il primo capitolo alla definizione di paesaggio partendo da un’edizione del 1869 del Tommaseo-Bellini che fa riferimento  al termine “Paese” come oggetto pittorico per condurre un’indagine filologica che lo porta ad analizzare, nel corso dei secoli, l’evoluzione del significato di questo termine.

La necessità di una definizione nasce, non tanto da esigenze di tipo filologico, quanto da un’opportunità pratica; in quanto, dare una definizione significa, innanzi tutto, definire l’oggetto dello studio e l’ambito disciplinare.

La geografia prende vita dalla storia degli uomini; è il tumulto delle vicende umane  che trasforma  lo spazio interminato, informe, senza nome, in spazio geografico o, meglio ancora, in paesaggio.[3]

 

Il paesaggio geografico, inteso quindi come struttura dei segni di un territorio è un’entità misurabile attraverso l’individuazione di una metodologia che porta alla quantificazione dei suoi  elementi costitutivi.

Esistono diversi metodi per l’identificazione di un determinato paesaggio, ma ovviamente nessuno di questi risulta essere risolutivo perché nascono da un’elaborazione più empirica che teorica e quindi risulta difficile determinarne la validità oggettiva.

Il metodo di J. Mc Harg[4], detto metodo fisiografico, analizza cinque usi del territorio: La conservazione, la ricreazione attiva, la ricreazione passiva, la residenza, la produzione. Per ciascuno di questi usi è previsto un elenco di fattori che sono:

 

-   La conservazione

l.      caratteristiche di valore storico

2. foreste di alta qualità

3.     paludi di alta qualità

4.     spiagge di baie

5. torrent

6.    habitat del mondo animale associati all'acqua

7.   habitat del mondo animale in zone di marea

8.   caratteristiche geologiche uniche

9.   caratteristiche fisiografiche uniche

10.   caratteristiche sceniche di terra

11.   caratteristiche sceniche di acqua

12. associazioni ecologiche rare.

 

-   La ricreazione attiva

l.      spiagge di baie

2. estensione dell'acqua per turismo nautico

3.     superfici di acqua dolce

4.     terre rivierasche

5. terre piane

6.     aree di ricreazione esistenti e potenziali.

 

-   La ricreazione passiva

l.      caratteristiche fisiografiche uniche

2. caratteristiche sceniche di acqua, torrenti, ecc.

3.     caratteristiche di valore storico

4.     foreste di alta qualità

5. paludi di alta qualità

6.     caratteristiche sceniche di terra

7.     caratteristiche colturali

8.     caratteristiche geologiche uniche

9.     associazioni ecologiche rare

10. habitat del mondo animale associati all’acqua

11. habitat del mondo animale di campi e foreste.

 

-  La residenza

l.      caratteristiche sceniche di terra

2. terre rivierasche

3.     caratteristiche colturali

4.     sottofondi con buon strato di roccia

5. terreno buono per fondazioni.

 

-  La produzione

l.      terreno buono per fondazioni

2. sottofondi con buon strato di roccia

3.     canali navigabili. [5]

 

Lo studio condotto da Pompeo Fabbri, viene completato da una serie di analisi, molto interessanti sulla meccanica degli occhi, sulla reazione della mente, sulle proprietà della luce, ma anche sul valore scenico di un paesaggio e sull’altezza della visuale dell’osservatore.

Dall’analisi di altri  metodi di indagine sul paesaggio è stata rilevata la presenza dei seguenti  elementi comuni:

1)       Costante emotiva o approccio sensoriale

2)       Analisi delle caratteristiche fisiografiche del paesaggio

3)       Analisi delle caratteristiche socioeconomiche

4)       Analisi degli elementi naturalistici.

Il metodo al quale si è ispirata la DRAE (Delegation Régionale à l’Architecture et à l’Environnement) per individuare i siti paesaggistici della Provence-Alpes-Côte d’Azur è scaturito dalla sintesi di altri due: il metodo sintetico e qualitativo elaborato dal geografo britannico K.D. Fines e il metodo analitico e quantitativo del geografo D.L. Linton. Lo schema  elaborato nel novembre 1983 dalla Università di S. Etienne, qui appresso riportato, consente di individuare, attraverso un procedimento sistematico, gli elementi caratteristici del paesaggio che lo identificano in modo inequivocabile e lo collocano in una dimensione spazio-temporale ben precisa :[6]

Questo tipo di approccio ci fa capire che è possibile fornire al paesaggio una sorta di carta di identità dalla quale partire per verificarne nel tempo le mutazioni, e per fornire uno strumento di controllo agli operatori istituzionali che sono preposti alla sua tutela.

IL PAESAGGIO COME OGGETTO DELL’ARTE

 

Un’opinione  diffusamente condivisa è che un paesaggio merita di essere conservato quando  viene elevato a valore estetico,  ad acquisizione culturale, a sublimato oggettivo di emozioni, sentimenti e passioni, quando cioè viene “artializzato”; riprendendo un termine ideato da Montaigne: “artialisation“ ossia l’atto di rendere artistico il paesaggio.

Ma il paesaggio, in quanto oggetto dell’arte, nel tempo è sottoposto ad un processo di imitazione, di negazione e di trasformazione che dipendono dalla concezione filosofica e, più nello specifico, di Estetica.

Gianni Vattimo, nel libro “Estetica Moderna”[7], definisce che cosa si intende per esteticità e poi, attraverso una serie di crisi e revisioni della specificità della sfera estetica, espone le teorie più recenti di ispirazione dialettica, psicoanalitica, ontologica, in cui la stessa esperienza estetica e la dimensione dell’arte come attività specifica viene  radicalmente messa in discussione. L’ipotesi avanzata in precedenza, che non tutti i paesaggi meritino  di  essere  conservati,   discende  dall’idea  che tale tutela possa essere riservata a quei paesaggi che aderiscono alle definizioni di bello, interessante, pittoresco o in alcuni casi, quando diventano archivio storico della memoria collettiva, che è implicita alla opzione conservativa adottata. Il problema posto è se valga di più conservare un paesaggio desertico, un paesaggio agricolo o  un paesaggio industriale. Il testo di Vattimo, a pag. 256 propone un capitolo riguardante “ Il significato della bellezza “ di C.K. Ogden e I.A. Richards in cui, ripresenta la stessa problematica ma riferita alla pelle del rinoceronte:

 

La pelle del rinoceronte può essere ammirata per la sua funzionalità; ma poiché lascia trasparire ben poco la vitalità, è giudicata meno bella di una pelle che  rivela i giochi mutevoli dell'elasticità muscolare.

Quale ragione vi è di supporre che si possa costruire un'unica dottrina estetica atta a comprendere tutti i generi possibili della cosiddetta letteratura?[8]

 

Vattimo continua poi interrogandosi sul significato di arte concludendo che il più delle volte ci si accontenta di individuare qualità comuni nell’arte piuttosto che rispondere alla domanda: che cos’è l’arte. Ma ciò che più interessa la mia trattazione è la domanda posta dall’autore  su cosa accade quando si fa una esperienza estetica:

Ogni qual volta abbiamo un'esperienza che si potrebbe chiamare estetica, cioè ogni qual volta godiamo, contempliamo, ammiria­mo o apprezziamo un oggetto, vi sono evidentemente parti diffe­renti della situazione su cui si può appuntare l'attenzione. A se­conda che scegliamo l'uno o l'altro di questi aspetti, svilupperemo l'una o l'altra delle principali dottrine estetiche. Nel compiere la scelta, in effetti, decideremo quale dei principali tipi di definizione impieghiamo. Possiamo ad esempio partire dall'oggetto stesso; op­pure da altre cose come la natura, il genio, la perfezione, l'ideale o la verità con cui l'oggetto è in rapporto; oppure dagli effetti dell’og­getto su di noi. Possiamo partire da dove ci piace, l’importante è che sappiamo e che chiariamo da quale punto di vista ci stiamo metten­do, poiché se ci poniamo in un determinato campo gli oggetti di cui ci occuperemo e i riferimenti ai quali ci riferiremo non saranno di regola uguali a quelli di un altro campo. Saranno in pochi a occu­parsene nello stesso modo, è vero; ma cominciare a conoscersi servirà se non altro a rendere più comprensibili gli interessi degli altri, e più profittevole la discussione. In queste questioni le differenze di opinione e le differenze di interessi sono in stretto rapporto tra loro, ma ogni tentativo di sintesi generale, forse ancor oggi prematuro, deve cominciare con lo sbrogliarle.[9]

 

Segue poi una tabella di definizioni di ciò che è bello che possiamo riferire pari pari al paesaggio:

I    E’ bello ciò che   possiede la semplice qualità della       bellezza.

II  E’ bello ciò che   ha una forma specifica.

III   E’ bello ciò che  è un'imitazione della natura,

IV  E’ bello ciò che  deriva da un'efficace utilizzazione di un  mezzo.

V  E’ bello ciò che  è opera del genio.

VI E’ bello ciò che   rivela: 1) La verità,

2)Lo spirito della natura,

3)L'ideale,

4) L'universale,

5) il tipico.

VII E’ bello ciò che   produce illusione.

VIII E’ bello ciò che  conduce a effetti sociali desiderabili.

IX    E’ bello ciò che  è un'espressione.

X     E’ bello ciò che   provoca piacere.

XI    E’ bello ciò che  suscita emozioni.

XII  E’ bello ciò che  dà luogo a un'emozione specifica.

XIII E’ bello ciò che   implica processi di empatia.

XIV E’ bello ciò che   esalta la vitalità.

XV  E’ bello ciò che  ci mette a contatto con personalità   eccezionali­.

XVI E’ bello ciò che  determina la sinestesi.[10]

 

Il tentativo dichiarato di Vattimo[11] è  di comprendere nella categoria del bello anche quella del sublime definita da Immanuel Kant  nell’Analitica del sublime in cui  istituzionalizza il paesaggio alpino con i suoi dirupi e i suoi strapiombi, come modello di un paesaggio sublime intendendo per sublime l’emozione che si prova davanti ad un oggetto  che suscita la coscienza di una facoltà illimitata del soggetto. Kant che, nella stesura del testo citato, si era ispirato ai Voyages dans les Alpes di De Saussure, fornisce le argomentazioni logiche per distinguere la categoria estetica di sublime da quella di grazia di derivazione leibniziana e da quella di pittoresco,  tanto cara agli empiristi inglesi che la attribuivano a quei paesaggi che agiscono sul sentimento ma che non soddisfano la ragione. Anche Rousseau del resto definiva la natura sublime e graziosa ma mai pittoresca. Di questa tensione per cui il sublime della natura portava alla Grazia e la grazia della natura innalzava l’anima a sentimenti di sublime religiosità, si alimentò il cosiddetto naturalismo rousseauiano.[12]

La classificazione  di Vattimo non ci consente però di arrivare ad una conclusione sul ragionamento posto in essere ossia su quali siano i paesaggi meritevoli di tutela conservativa.

Infatti, riferite ai paesaggi, queste categorie consentono di definire ad esempio che un paesaggio è bello perché utile o che un paesaggio è bello perché esalta la vitalità o perché da luogo ad un’emozione specifica e così via, in questa ottica si potrebbe affermare che tutti i paesaggi sono meritevoli di tutela ma questo non corrisponde al vero perché nella cultura occidentale il paesaggio  naturalistico  sembra più meritevole di tutela.

 

 

IL PAESAGGIO E L’AMBIENTE

 

Questa preferenza per il paesaggio che si ispira al verde, alla clorofilla e quindi alla vita è stata documentata, con forte determinazione, da Alain Roger, professore di estetica all’università di Clermond-Ferrand e titolare del corso universitario: “giardini, paesaggi, territori“.

Roger ritiene che sia un luogo comune considerare il paesaggio come facente  parte dell’ambiente di cui costituisce uno degli aspetti, e che merita quindi di essere protetto.   Questa convinzione, che sembra di buon senso, (sostiene Roger) è tanto fallace nei suoi fondamenti quanto perniciosa nei suoi effetti.

On considère comme allant de soi que le paysage fait partie de l’environnement, dont il constituerait l’un des aspects, l’une des espèces, et qu’il mérite donc, lui aussi, d’être protégé, comme on se doit de sauvegarder l’envi­ronnement. Cette position, qui paraît de bon sens est aussi fallacieuse dans son principe que pernicieuse dans ses effets. A strictement parler, le paysage ne fait pas partie de l’environnement. Ce dernier est un concept récent, d’origine écologique, et justiciable, à ce titre, d’un traitement scientifique. Le paysage, quant à lui, est une notion plus ancienne, d’origine artistique (voir plus haut), et relevant, comme telle, d’une analyse essen­tiellement esthétique. Lorsque le biologiste Haeckel (1866) invente le mot Oekologie, c’est un concept scienti­fique qu'il veut produire. Lorsque Möbius (1877) forge le concept de biocébose, et Tansley (1935) celui d’écosys­tème, qui va bientôt féconder toutes les théories de l’environnement, ce sont des préoccupations scienti­fiques qui animent ces pionniers, et l'on ne voit pas com­ment de tels concepts seraient applicables au paysage, sinon par une réduction de ce dernier à son socle natu­rel.[13]

 

Roger prende ad esempio il Piano Nazionale dell’Ambiente pubblicato nel giugno del 1990 da Lucien Chaba­son et Jacques Theys, e verifica come anche in questo piano prevale il condizionamento degli ecologisti o, per meglio dire, si manifesta in esso il loro predominio culturale  tanto da ridurre l’estetica del paesaggio ad un sottosistema ecologico.

PROTECTION DE LA NATURE ET POLITIQUE DU PAYSAGE[14]

Les textes votés depuis vingt ans, les structures créées pour les appliquer ont singulièrement rapproché ces deux notions, l’une biologique, l’autre esthétique....

.....Ce texte est tout à fait symptomatique. Il n’ignore pas (et c’est déjà beaucoup) la distinction des valeurs biolo­giques et esthétiques. Mais tout se passe comme s'il vou­lait la réduire au profit, bien sûr, des premières, plus objectives. C'est sans doute ainsi qu'il faut comprendre la référence finale et «scientifique» à «l'écologie du pay­sage», . J’ignore, quant à moi, ce que veut dire «écologie du paysage», sinon ceci: l’absorption du paysage dans sa réalité physique, la dissolution de ses valeurs dans les variables écologiques, bref sa naturalisa­tion, alors qu'un paysage n'est jamais naturel, mais tou­jours culturel.

Dès lors, et si positives que soient les propositions du Plan, elles restent prisonnières d'une conception patri­moniale du paysage: ce qu'il faut sauvegarder. Il est manifeste que le ministère de l’Environnement, lorsqu'il se soucie du paysage, ne peut guère développer une autre stratégie  «De nouveaux instruments financiers devraient concourir à la préservation des paysages » Pré­server quoi? Pourquoi? Au nom de quoi? Faut-il figer la France en un musée du paysage?[15]

 

Il prof. Roger non dovrà temere di essere smentito dalla realtà perché la Provenza non rischia affatto di diventare un museo del paesaggio anzi gli interessi economici hanno determinato profondi mutamenti dei paesaggi provenzali superando sia le motivazioni di ordine estetico sia quelle di ordine ecologico.

La mia impressione è che Roger, già con la sua opera:“La théorie du paysage en France”,del 1995, e poi con questa sua ultima, si sia sforzato di cercare le motivazioni teoriche  a giustificazione dello scempio di un paesaggio che viene violato continuamente in nome di: interessi privati per costruire ville, negozi, fabbriche, insegne pubblicitarie e di interessi pubblici per costruire centrali nucleari, autostrade, linee elettriche e ferroviarie o immense distese di depositi petroliferi in Camargue.

Roger definisce il paesaggio come “la realtà dello spazio terrestre percepito e deformato dai sensi, la cui evoluzione è affidata alle mani degli uomini che sono i suoi eredi, i suoi autori e i suoi responsabili”.[16]

L’autore chiarisce poi come non vi sia alcuna relazione tra il valore di un paesaggio e il suo stato di conservazione biologico e che l’ossessione del “verde”, da parte degli ecologisti, ha portato ad elevare un valore biologico in valore estetico.

La soluzione del problema sta, secondo Roger, nel distinguere con cura il valore ecologico dal valore paesaggistico.

Perché bisognerebbe ad ogni costo preservare i paesaggi? Quali? E secondo quali criteri? In realtà Roger non li indica questi criteri ma si limita a riportare  le opinioni delle autorità a proposito dei  “Piani paesaggio“  e  ad accusarle di avere una visione bucolica del paesaggio.

Non contento, l’autore  illustra come una politica conservatrice  in materia paesaggistica porti ad una esasperata normativa che arriva anche a vietare la messa a dimora di essenze esotiche sul proprio territorio, associando Le Conseil Régional d’Auvergne che, nel  novembre 1992, aveva pubblicato una  “Charte architecturale et paysagère” in cui si vietava di introdurre nel territorio auvergnate le essenze esotiche, ai paesaggisti nazisti che, nel 1942, dettarono le regole sul paesaggio che contenevano il medesimo divieto.

 


Il ragionamento di Roger va   poi al cuore del problema quando parla del complesso dello sfregio riferendosi alla convinzione degli ecologisti che le autostrade rappresentino una ferita inferta al territorio e che il tentativo dei paesaggisti è quello di mimetizzare l’intervento dell’uomo sul territorio, interrando le autostrade.

C’est ce complexe de la balafre que je voudrais dénoncer, car il postule un paysage en soi, qu'il faudrait préserver à tout prix, et, par conséquent, le caractère criminel de l’autoroute, puisque telle est, aujourd’hui, la cible de toutes les passions : une blessure que l’on doit, tant bien que mal, essayer de réduire, ou, du moins, de dissimuler.

Il convient, me semble-t-il, d’abandonner cette vision honteuse de l'autoroute.  Non seulement celle-ci constitue, en elle-méme, un authentique paysage, mais, comme le T.G.V. d'ailleurs, elle en produit de nouveaux.  Il ne s'agit donc pas de cacher l’estafilade, ni d’en cicatriser les abords à coups de pansements végétaux, une conception décorative et curative, d'un mot: décurative, qui résume assez bien la mission qu'on assigne au paysagiste.[17]

 

A conclusione del capitolo possiamo quindi sintetizzare che:

Il paesaggio è una determinazione socioculturale, il prodotto di un’operazione percettiva che viene sottoposta ad un processo di “artializzazione“ ad opera di pittori, scrittori, fotografi, cineasti e più in generale da artisti che, con la loro opera, cristallizzano un modello di paesaggio che merita di essere tutelato in quanto soggetto culturale.

La valenza culturale acquisita dal paesaggio svolge una funzione conservativa che si manifesta anche nei casi di archeologia industriale, dove le ragioni della tutela non sono di ordine estetico. Non bisogna comunque confondere la legittima necessità  di tutela dell’ambiente naturale con la opportunità di mantenere inalterato un paesaggio in nome di esigenze di tipo naturalistico.

Questa distinzione però non deve rappresentare un alibi per apportare al  paesaggio delle modificazioni che rispondano solo ad interessi economici specifici.

E’ giusto quindi che un paesaggio desertico diventi agricolo anche se l’aspetto estetico non ne trae vantaggio, ma è profondamente ingiusto che un paesaggio naturalistico come quello della Camargue diventi industriale perché l’ aspetto paesaggistico, in questa regione, riveste una valenza economica fondamentale per la sua   economia e quindi anche dal punto di vista strettamente economico il tipo di intervento risulta dannoso. Non solo, mai come oggi si è acquisita la consapevolezza della importanza economica del patrimonio naturalistico e come la sua conservazione rappresenti un valore economico di interesse generale che va tutelato.

Il paesaggio naturalistico ha una valenza estetica propria che viene posta in evidenza nel momento in cui produce nell’uomo delle sensazioni che lo innalzano a valore estetico ossia che lo “artializzano”.

Il processo di “artializzazione” del paesaggio dipende dalla cultura del tempo e dal concetto di estetica; processo che produce un’azione conservativa quando viene realizzato “in visu” ad opera di pittori scrittori, fotografi ecc. mentre produce un effetto modificativo se realizzato “ in situ” ad opera di giardinieri, paesaggisti, architetti o in alcuni casi dalla stessa natura.

 



[1] E. Turri, Antropologia del paesaggio, Milano, Comunità, 1974, pag. 72.

Cita che G. Hard, ha cercato di definire, attraverso un’inchiesta, il significato del termine paesaggio. Secondo questa inchiesta, nel senso comune esso si collega ad altre parole: panorama, veduta, natura, regione. Dal punto di vista psicologico si collega alla nozione di armonia, carattere, diversità,coesione, sintesi ecc.

[2] R. Assunto, Il paesaggio e l’estetica, Vol I, Natura e Storia, pp. fuori testo, Napoli, Giannini, 1973.

[3] U. Bonapace, Viaggio nella Geografia, Milano, TCI, 1985, pag 13.

Questa definizione rappresenta la conclusione di un lungo discorso che parte dalla geografia dei poeti: Dal Rio Bo di Aldo Palazzeschi all’ Infinito di Giacomo Leopardi, per arrivare a definire il Paesaggio geografico come una struttura dei segni del territorio.

[4] Pompeo Fabbri Introduzione al paesaggio come categoria quantificabile, Torino, Celid,1984, p..79.

[5] Pompeo Fabbri,Op.Cit., pp. 80-81.

[6] Université de Saint-Etienne, Lire le paysage lire les paysages, atti del convegno del 24-25 Nov. 1983, S.Etienne,1984, pp 30 – 35.

 

 

 

 

[7] Gianni Vattimo, Estetica moderna, Bologna, Il Mulino, 1994, pp.255 -.258.

[8] G. Vattimo, Op.Cit., p. 256.

[9] G. Vattimo, Op.Cit., p. 257.

[10] G. Vattimo,Op.Cit., p.258.

[11] G.Vattimo, Op cit, pag 255 : “ Molte persone veramente intelligenti hanno abbandonato la speculazione estetica e si sono disinteressati alle discussioni  circa la natura e l’ oggetto dell’ arte, perché hanno la sensazione che vi siano ben scarse  probabilità di giungere ad una conclusione definita.

[12] J.J. Rousseau Les Confessions I, Paris,Gallimard,1994, L. VI,cfr.pag 215

[13] Alain Roger, Court traité du paysage , Paris, Gallimard,1997,pp 126.

[14] A. Roger, op.cit, p.127 (riporta Lucien Chabason et Jacques Theys, Plan national pour l’ environnement 1990, p.95)

[15] A. Roger, Op.cit., p. 128

[16] Alain Roger, op. cit., pag. 129

[17] Alain Roger, op cit. pp.141,142.