| L' ultimo Papa |
|
|
|
|
Un romanzo che ha Veltroni come protagonista. Secondo la profezia di Malachia, il prossimo sarà l' ultimo Papa. Sarà la fine della Chiesa? Questo romanzo propone una soluzione non del tutto infondata. IL VIAGGIO Non era un viaggio ufficiale, di quelli annunciati nei telegiornali, per intenderci, anche se il sindaco di Roma che va a Mosca non passa inosservato, soprattutto se è stato segretario del partito comunista italiano. Era il 10 di luglio e non era escluso che qualcuno scambiasse quel viaggio come un pretesto per non soccombere all’afa di una torrida estate romana che ti fa sentire come infilato in un sacchetto di plastica. A volte riescono utili anche i cattivi pensieri. Era l’ottavo viaggio a Mosca, avrei, con questo viaggio, reso la cortesia a Gogol che per otto volte si era recato a Roma essendosi innamorato dei suoi monumenti, ma anche del suo popolo che ha celebrato ricordando l’insegna al panettiere affissa sulle mura aureliane e non i fasti della nobiltà romana. Così, mentre l’aereo si riempiva di turisti chiassosi, impegnati a spingere enormi bagagli a mano che non hanno nessuna voglia di entrare in quel tunnel che ti sfila sopra la testa, con la cintura già allacciata, assorto nei miei pensieri, tenevo gli occhi socchiusi e sbirciavo le facce stupite della gente che, riconoscendomi, si dava le gomitate sussurrando: “hai visto chi c’è”. Di tanto in tanto, mi stropicciavo gli occhi con il pollice e l’indice della mano destra, ricongiungendoli sul naso per sollevare le lunette e massaggiare quella parte del naso dove gli occhiali scavano un’impronta con il loro peso, quindi, corrucciavo la mia ampia fronte spaziosa, aprivo gli occhi e con un mezzo sorriso mi concedevo compiaciuto al riconoscimento. Riconoscimento e riconoscenza; a me piace pensare ci fossero entrambe e non per vanità ma solo per dare alimento al mio agire quotidiano. Il chiasso saliva man mano che l’aereo si riempiva aggiungendosi al rumore dell’aria compressa che viene attenuato solo dopo il decollo quando le orecchie, forse perché non ne possono più, interrompono la comunicazione con il mondo esterno riducendolo alla sola poltrona con vista poggiatesta anteriore. La mia era in classe turistica, un po’ perché il mio è il partito dei lavoratori e la business class suonerebbe come un insulto, un po’ perché dopo la caduta del muro di Berlino e la purga di tangentopoli, le casse del partito si sono svuotate completamente. Abbiamo dovuto fare un repulisti generale. Per fortuna l’articolo 18 non vale per i dipendenti dei partiti e dei sindacati! Sarebbe stata la rovina. Saremmo stati trascinati in tribunale da migliaia di compagni inveleniti, appoggiati da quei demagoghi di Rifondazione, che ci avrebbero sputtanato nelle piazze, facendo sembrare Agnelli e Berlusconi, due benefattori dell’umanità. E meno male che hanno creduto alla favola delle feste dell’Unità! Il nostro bilancio annuale era mediamente di 140 miliardi. Dal finanziamento pubblico ci venivano una quindicina di miliardi e tutto il resto era dovuto a proventi delle feste dell’Unità: ci andava bene se andavamo alla pari con le spese quando non pioveva; ma l’importante é che l’abbiamo fatta franca se no mi toccava anche subire l’affronto e l’umiliazione di un processo e magari anche un arresto clamoroso che avrebbe riempito le pagine dei giornali di tutto il mondo e che avrebbe tenuto Bruno Vespa per intere settimane a dibattere sulla tangentopoli di sinistra. Brrr! Solo a pensarci mi vengono i brividi. Spendi una vita per gli altri, rinunci agli affetti della tua famiglia, fai lo zingaro in giro per il mondo senza avere un attimo di pace e poi, per un sistema di regole distorto ti ritrovi quella stessa gente, che oggi ti riconosce e saluta con deferenza, che ti volta le spalle, ti sputa addosso e ti tratta come un cane rognoso. Quanta gente osannava Bettino; lo circondava di ammirazione e affetto sincero, lo sosteneva in tutte le sue battaglie; con lui condivideva idee, congressi e visite di stato eppure, appena è stato “avvisato per garanzia” (sembra quasi una cosa buona), tutti scomparsi. Qualcuno andò anche a manifestare davanti al Tribunale di Milano e qualcun altro si è presentato in Parlamento persino con il nodo scorsoio: roba da barbari celti!. Una fine da esiliato, come tanti altri personaggi della storia. Ero assorto in sì tristi pensieri quando un vociare di 3 bimbi festosi, due femminucce e un maschietto, precedevano l’ingresso di una giovane donna che sembrava la dea Ilizia con in braccio un bimbo e uno in grembo. I fanciulli sfuggivano al controllo della mamma che con un marcato accento napoletano richiamava “o ninnillo maschio”: ”Antonio vieni qua vicino a mammà, non scappare, aiuta tua sorella Rosa a portare il bagaglio”. Antonio era un bimbo bellissimo, sui 6 anni con due occhioni neri e furbi, un testone grosso per via dei capelli ricci e neri e una sfrontatezza che viene dall’essere vissuto in un luogo dove la famiglia non viene delimitata dalle pareti domestiche ma che abbraccia, comprendendoli, il caseggiato, il quartiere e la città. Era lì davanti ai miei occhi, mi sorrise e battendo la sua mano sulla mia che era distesa lungo il bracciolo esclamò: “Ciao zio!”. Io sorrisi e risposi: “Ciao!” . Giunse in quel mentre la madre, afferrò per un braccio il bimbo strattonandolo e poi rivolta a me: “Scusate signo!” e poi al figlio: “Disgraziato quante volte te lo devo dire di non parlare con gli sconosciuti”. Per il bimbo non ero uno sconosciuto; la televisione gli aveva reso familiare il mio viso, visto che mi ha chiamato zio. Per la madre, invece, risultavo uno sconosciuto. La cosa mi dava un po’ fastidio; ma non c’è niente da fare: i Napoletani conoscono solo Bassolino! La chiusura del portellone di accesso annunciava che da lì a poco saremmo partiti. Il sole pallido e opaco che attraversava l’oblò mi colpiva dritto negli occhi. La mia fronte grinzosa non riusciva a trattenere il sudore che colava negli occhi e si mescolava alle lacrime . Mi sentivo come Mr. Meursault il giorno in cui uccise l’Arabo sulla spiaggia. Il sole che rischiara, che illumina, il sole di Zaratustra: virtù che dona; a volte acceca, stordisce, abbaglia e confonde. Era giusta la missione che stavo per compiere? Fortunato Meursault. Lui non aveva dubbi. Al prete che con tono minaccioso gli aveva detto: “Non avete alcuna speranza e vivete nella certezza di morire tutto intero?” “Si!”rispose con fermezza. Il mio è un sole pallido e pallide sono le mie certezze. Quando ci si appresta a volare, il pensiero della morte ti sfiora sempre, e sempre affiorano i dubbi di sempre. La morte è come il presente: non esiste. Esiste un prima e un dopo. Esiste un prima che è il percorso rispetto al quale ciascuno giunge con motivazioni e aspettative diverse. “Abituati a pensare che per noi uomini la morte è nulla, perché ogni bene e ogni male consiste nella sensazione e la morte è assenza di sensazioni”. Capir bene che la morte è niente per noi, rende felice la vita mortale, non perché questo aggiunga infinito tempo alla vita, ma perché toglie il desiderio dell'immortalità. Infatti non c'è nulla da temere nella vita se si è veramente convinti che non c'è niente da temere nel non vivere in eterno. E’ sciocco temere la morte perché è doloroso attenderla, anche se poi non porterà dolore. La morte infatti quando sarà presente non ci darà dolore, perché dunque lasciare che la morte ci porti dolore mentre l'attendiamo? Il più temibile dei mali, la morte, non è nulla per noi, perché quando ci siamo noi non c'è la morte, quando c'è la morte non ci siamo più noi. La morte è nulla, per i vivi come per i morti: per i vivi perché non c'è ancora, per i morti perché sono essi stessi a non esserci. Un ammalato terminale che soffre le pene dell’inferno vive la morte come un atto liberatorio. Invoca le persone che gli stanno vicino affinché lo aiutino a giungere a questo ambito traguardo. Tutto nasce dalla morte di qualcos’altro, diceva Eraclito. Fedone dice ad Echerate che ha visto Socrate morire e gli sembrava felice. Cicerone riferisce della morte come un evento tanto più grave quanto più si è giovani: “ I giovani mi sembrano morire come l’ardore della fiamma viene soffocato da uno scroscio d’acqua, i vecchi invece come un fuoco che senza alcuna costrizione, si spegne da sé per naturale consunzione”. Shakespeare fa dire a Romeo “Lo bramo infatti; ed è per morire che venni qui”. Tolstoj compensa la vita mediocre di Ivan con un duello finale contro la morte che lo riscatta: “ -E’ finita!- disse qualcuno su di lui. Egli sentì quelle parole e le ripeté nel suo animo. –E’ finita la morte, - disse a se stesso. – Non c’è più- Aspirò l’aria, a metà del respiro si fermò, si distese e morì”. Turgeniev presenta la morte in modo naturale, semplice, scontato. Quando racconta del povero Maksim, la morte è attesa in silenzio, con distacco; una formalità: “Si è comunicato?” Si. “Dunque per loro era tutto a posto” . In “Umano troppo umano” Nietzsche propone il suicidio di un anziano malato come una vittoria della ragione che dovrebbe suscitare rispetto. Ne “Il muro” di Sartre la drammaticità dell’ approccio alla morte è più importante della morte stessa tant’è che Pablo alla fine non viene fucilato. Zenone di Yourcenar, invece, la morte se la vuol godere fino in fondo. Ci vuole arrivare lentamente, per gustare il fluire della vita dal suo corpo, per percepire lo sgorgare del sangue e il contemporaneo distacco dell’anima, per sentire forte il battito del cuore e il respiro ansimante di un corridore che giunge al traguardo, per sentirsi ormai liberato dal corpo. Anche il mio amico Matteo, in qualche modo, se l’è voluta godere. Erano già le sette del mattino quando imboccammo l’ autostrada della Cisa per andare a Portovenere dove eravamo attesi per il primo corso pratico di vela. Allora vivevo a Milano in un monolocale di Via Marinetti e frequentavo un corso di cinematografica in Corso Sempione. Matteo era andato a letto alle tre. Alle sei era sordo ad ogni tentativo di comunicare: telefono, campanello, sassi alle finestre, non c’era verso di tirarlo giù dal letto. Dopo più di mezzora di tentativi, una voce sorda raggiunse il mio orecchio: “Pronto… sto arrivando, tre minuti e sono pronto” . Tre minuti per dieci, e Matteo era già disteso in macchina a dormire. Guidai per un’ora in silenzio, gustando l’aria frizzante del mattino e giocando con i filari di pioppi che mi correvano incontro crescendo a dismisura per poi sfilare via al mio sguardo. Le cerniere del lungo ponte che scavalca il Po mi resero al dialogo Matteo che propose subito una sosta all’autogrill per un caffè. Lo assecondai subito per evitare che arrivasse a Portovenere ancora stordito dal sonno. Aveva 45 anni, era alto, occhi a fessura e capelli alla Sgarbi, lisci e lunghi, ma indisciplinati, che tirava sempre indietro usando le dita come i denti di un pettine. Piaceva alle donne perché parlava molto e dava la sensazione di costruire dei legami non basati essenzialmente sul sesso. Amava le more amanti della conversazione, ma la moglie, che lo aveva cacciato di casa con l’accusa di maltrattamenti da più di tre anni, era bionda, scontrosa e di poche parole. Matteo aveva imparato bene il lavoro di contabile e si sentiva gratificato dalla stima che si era costruito fra i suoi clienti, ma non aveva alcuna capacità organizzativa e l’attività del suo studio ne soffriva molto. Il personale alle sue dipendenze amava dissertare sulla corretta interpretazione del testo unico delle imposte dirette e, per ogni registrazione, il ragioniere giovane contestava al ragioniere anziano la corretta imputazione, in partita doppia, del documento dando vita ad un vero e proprio dibattito cui prendeva parte anche la giovane centralinista che esponeva, più che le sue opinioni, il suo grazioso corpicino confinato in aderentissimi pantaloni neri che toglievano il fiato al ragioniere giovane e a quello anziano. Intanto le contabilità diventavano d’annata e Matteo, che girava sempre con la fotocopia della patente per non farsi ritirare quella originale dalla polizia, sdrammatizzava dicendo che le sue contabilità erano come le come le bottiglie di vino, invecchiando diventavano più buone. Sapeva però che alla finanza non l’avrebbe data a bere e questa preoccupazione, incombeva sulla sua vita forse più della disfatta familiare che lo aveva condotto a vivere in un monolocale con due figli maschi da accudire. In fondo era un burlone e sapeva vivere alla giornata. Non conosceva Montale ma con lui condivideva il male di vivere, la cupa e pessimistica visione del mondo. Non conosceva la strada per uscire dalla crudele morsa della vita, ma cercava un appiglio, dove rintracciare una qualche piccola possibilità di salvezza. Come Montale, Matteo trovava, nella condizione di rifiuto, proprio nella diversità che tale condizione determina:la leggerezza. “Solo grazie a questa l’osso potrà galleggiare sulle onde e confondersi con la natura, con l’armonia cosmica e diventare quasi parte di questa”. La leggerezza di vivere lo portava a non temere la morte, ma nemmeno ad amare la vita. Una vita senza amore è una vita che non ti appartiene che ti lascia indifferente davanti a tutto e nulla ti colpisce più di tanto. Il suo pessimismo lo portava a diffidare anche dell’amicizia. Per lungo tempo si era chiesto per quale motivo io mi mostrassi così amico con lui. Siccome non riusciva a darsene una motivazione, pian piano, ma con molta prudenza, si convinse che la mia era un’amicizia disinteressata. Acquistò così tanta fiducia in me che si era praticamente appropriato del mio tempo libero, mi riferisco a prima che la politica mi rubasse completamente tutta la vita. Sembrava di vivere una scena del film “Amici miei” del grande Federico Fellini.Organizzava tutto lui: dalle partite di tennis alle cene con gli amici. Spesso si presentava davanti alla porta di casa, stordiva di palle mia moglie al citofono, che alla fine cedeva e nel giro di cinque minuti mi ritrovavo fuori con lui per andare da qualche parte a divertirci. Per me quelle uscite erano una boccata d’ossigeno che rianimavano una vita avara di emozioni. A volte mi portava da qualche cliente che non era riuscito a visitare in giornata, non a caso riservava per la sera i clienti titolari di ristoranti in modo che, la consulenza veniva scambiata con un piatto di spaghetti allo scoglio ed io beneficiavo di questa coincidenza acquisendo d’ufficio, oltre al piatto di spaghetti, anche il titolo di ragioniere che mi veniva proposto come atto dovuto dal ristoratore. Mai però mi era capitato di spacciarmi per gemmologo. Era una delle solite serate in cui Matteo era riuscito a mettere insieme il rag. Carmine Bisca, un suo collega commercialista, l’avvocato Massimo Dellapena, che gli seguiva la pratica di separazione ed Enzo Masoni, un nostro inseparabile compagno di avventure, nonché facoltoso imprenditore nel settore della logistica. Il Masoni, che aveva un viso pacioso e gaudente, ci stava conducendo in uno dei più rinomati ristoranti di Milano, quando, proprio davanti all’ingresso, si bloccò, allargò le sue enormi braccia arrestando tutta la compagnia e poi, con fare ammiccante e storcendo la bocca ordina al Bisca in un orecchio: “Raccogli quella bustina per terra”. Il ragioniere, preso d’improvviso, non ebbe il tempo per pensare, si chinò guardandosi intorno con fare circospetto, prese la bustina e la infilò nella tasca destra del suo doppio petto a righe. Ricomposto il gruppo, con un fare troppo normale da destar sospetto, prendemmo posto ad un tavolo che il Masoni considerava di sua proprietà per le numerose volte che lo aveva occupato in passato. Appena comodi, l’amico Enzo chiese al Bisca di tastare con la mano il contenuto della bustina senza estrarla dalla tasca. Compiuta l’operazione il ragioniere sussurra: “a me sembrano diamanti”. Uno scambio di sguardi nel gruppo nel più assoluto silenzio. L’avvocato Massimo Dellapena, rompendo ogni indugio e con fare competente esclamò a bassa voce: “Io che faccio il penalista so che in questo ristorante si incontrano gli spacciatori di droga che scambiano la merce con i contrabbandieri di diamanti e probabilmente la bustina è caduta dalla tasca di uno di questi”. “E ora cosa facciamo, sussurra preoccupato il Bisca”. “Nulla” rispose l’avvocato, “Ora si mangia e poi si va nel mio studio”. Ovviamente la cena, che doveva riempire la serata, venne trattata come una pratica burocratica da sbrigare al più presto per correre nello studio dell’avvocato. E si correva così tanto che rischiammo di essere fermati dalla polizia e di finire tutti in galera per ricettazione. Questo è quello che probabilmente pensava il ragionier Bisca durante il viaggio mentre pregava il Masoni di non correre perché non aveva digerito. Lo studio dell’avvocato si trovava in fondo ad un lungo corridoio. Le lampade alogene illuminavano la collezione di quadri di grande valore che impreziosivano il budello angusto che anticipava la grande sala dello studio. L’avvocato amava ricordare che aveva scambiato il Guardi che raffigurava la visita a Venezia di Papa Pio VI, con la sua Dino Ferrari che aveva da giovane e giustificava il fatto di non tenere in studio ma in corridoio né il Guardi né il Pelizza da Volpedo, perché troppo sensibile all’arte e che non sarebbe mai riuscito a concentrarsi nel lavoro alla presenza dei suoi preziosi quadri. Lo studio, infatti, non concedeva spazio alla distrazione. Era completamente circondato da pareti di un legno scuro che conferiva al luogo quella solennità che ritroviamo nelle antiche abbazie romaniche in cui alloggiavano non i monaci ma, posti con cura, una serie interminabile di testi giuridici che dovevano documentare una sapienza costruita in anni di onorata attività professionale. Le due poltrone bassissime ma con i braccioli alti, posti in mezzo alla sala, mettevano il cliente con le mani in alto in segno di resa di fronte al potere dell’avvocato che dominava la situazione stando seduto su una poltrona girevole di pelle nera. La scrivania, anch’essa in legno massiccio scuro, antica di almeno un secolo, era enorme. I faldoni delle cause in corso circondavano a destra e a sinistra l’avvocato che sembrava affacciato ad una finestra. A destra una lampada anni cinquanta con la cupola color verde pisello e a sinistra una grande lente di ingrandimento del diametro di dieci centimetri. Con quella lente, nel silenzio più assoluto, io provavo ad analizzare, improvvisato esperto gemmologo, i quattro diamanti che l’amico Bisca aveva estratto dalla tasca. In realtà la mia competenza sulle gemme veniva dall’ascolto delle numerose tv commerciali, che nel tempo in cui si narra, erano sorte come funghi e che avevano invaso le case dei consumatori, di tappeti, creme dimagranti, oggetti d’arte, mobili, preziosi, servizi di piatti con l’omaggio di un televisore, un ferro da stiro, una bicicletta e l’impianto stereo. Un nuovo modo di vendere che aveva anche reso famosi numerosi di questi venditori. Il silenzio venne rotto dalla mia solenne declamazione: “Diamante di un carato, taglio brillante, top wesselton, purezza wws1 colore bianchissimo, valore circa 10 milioni di lire”. In realtà non capivo nulla di cosa stessi dicendo, ma il tono perentorio della mia affermazione non lasciò spazio ad alcun commento. Qualche sorriso appariva sul viso degli astanti. L’esame della seconda pietra non diede lo stesso risultato. Pur avendo le stesse caratteristiche della precedente, presentava, al mio attento esame, una impurità che ne pregiudicava il valore. La mia stima fu di poco meno di un milione di lire. Le altre due invece erano perfette come la prima. A nessuno venne in mente di denunciare la cosa ai carabinieri. Anzi si convenne tutti che la somma realizzata ci avrebbe portato tutti insieme a fare una bellissima vacanza sulle Ande a visitare i siti archeologici dell’Impero Inca. L’idea di andare a Cerro Llulaillaco per visitare un cimitero Inca era naturalmente dell’avvocato che amava atteggiarsi ad uomo colto. Il più modesto amico Bisca avrebbe preferito una vacanza in Brasile a vedere il carnevale di Rio. Mentre si sognava ad occhi aperti, Matteo, che non mancava di senso pratico, puntualizzò: ”Ok ma a chi vendiamo questi diamanti?” Dopo un breve silenzio il Bisca proruppe con un:”ci penso io!, ho un amico orefice che ha frequentato ragioneria con me. Datemi i brillanti e domattina vi porto i soldi”. “Domani è domenica” puntualizzo io, “e poi chi mi assicura che non te ne vieni con la scusa che i diamanti sono falsi e ti metti in tasca i quattrini?” Udite queste parole il ragionier Bisca diventò rosso paonazzo in viso e subito dopo, come un basilisco, cangiò in verde dalla bile che gli era esplosa in corpo: “ Che cosa mi tocca sentire! Vorresti dire che non ti fidi di me? Mi hai preso per un miserabile? E’ una vergogna! Questa da te non me la sarei mai aspettata!”.-“Ma no Carmine, non metterla sul personale, è chiaro che chiunque di noi in questa situazione sarebbe tentato di fare così; si sa l’occasione fa l’uomo ladro. Io stesso non sarei sicuro di comportarmi in modo corretto.” La mia precisazione non aveva comunque placato l’ira del Bisca che mostrava rancore nei miei confronti volgendo lo sguardo dalla parte opposta alla mia. -“Potremmo darti il diamante con l’impurità da far vedere e se poi il tuo amico ci conferma l’acquisto andremo tutti insieme a riscuotere la somma”.Lo sguardo basso del Bisca mi fece capire che il compromesso da me proposto non gli era gradito. A questo punto l’avvocato intervenne con quel tono solenne, che usava nelle aule dei tribunali, per manifestare la sua fiducia nel ragionier Bisca e propose di mettere ai voti, per alzata di mano, la sua proposta di affidare, sic et simpliciter, i quattro diamanti nelle mani del Bisca. L’esito del voto fu all’unanimità (non potevo tirare troppo la corda) e, sentito il sospiro di sollievo che riempiva i polmoni del ragioniere, decidemmo di vederci la mattina della domenica alle ore nove davanti al bar Centrale per fare colazione insieme. Naturalmente il Bisca si recò dall’amico orefice che, alla vista dei quattro vetrini scoppiò in una fragorosa risata. Non fu altrettanto spiritoso il Bisca che ci tolse il saluto per un mese. Non c’era nulla da fare quel burlone di Matteo ne inventava una alla settimana per farci divertire ma lui non rideva mai. Abbozzava appena un sorriso chiudendo ancor più quegli occhietti minuti che gli facevano osservare il mondo come lo si guarda dalle fessure di una persiana; lui riusciva a starne sempre fuori. Quella mattina, invece, all’autogrill gli occhi li aveva spalancati: temeva la mia predica per la vita dissoluta che conduceva, che non poteva permettersi perché aveva gia subito un intervento al cuore e gli avevano già applicato uno “stent” l’anno prima per liberare un’arteria ostruita. Ma io non gli dissi nulla. Fu lui che, appena risaliti in macchina, si mise a raccontare di aver conosciuto una signora divorziata che la sera prima l’aveva invitato a cena a Busto Arsizio.-“E’ una donna di classe, raffinata,” così cominciò il suo racconto, “con due occhi azzurri incastonati in un viso luminoso che ricorda i dipinti del Beato Angelico al Louvre. La grande chioma di capelli neri, che la giovane figlia di quattordici anni le aveva copiato, le restituiva almeno dieci anni rispetto ai quaranta dichiarati. Hai presente il ritratto della signora Charles Max di Boldini?” Continuò Matteo aspettando un mio cenno di conferma. “E’ uguale!” Feci cenno di si ma mentivo. Non avevo la competenza che aveva lui sulla pittura. Frequentava tutte le mostre che presentavano a Milano e trovava anche il tempo per dipingere. Era abbastanza bravo. I suoi quadri somigliavano molto a quelli di Corrado Spanziani, un pittore contemporaneo che vive nel ternano e dipinge con colori forti, fatti a mano, con blu fondi, mestiche inusitate, segni corposi, materia che si fa oggetto e costruisce un’atmosfera. A Matteo però piaceva Schiele che era l’esatto contrario, con quegli acquarelli evanescenti, privi di materia, e quei piccoli segni di rosso intenso che contornano i simboli dell’ erotismo. Raccontava la sua storia con lo stesso distacco con cui suor Teodora, la religiosa dell’ordine di San Colombano, narrava le gesta di Rambaldo impegnato, ma non troppo, a riscattare in battaglia, l’uccisione di suo padre col sangue dell’argalif Isoarre. Una contraddizione unica quest’uomo, che non smetteva di raccontare di questa donna straordinaria che avrebbe voluto sposare una volta ottenuto il divorzio. Io lo ascoltavo in silenzio, senza fiatare, impegnato com’ero nel risolvere le curve della CISA calcolando velocità, tenuta di strada e forza centrifuga in modo che le ultime due potessero stare sempre in equilibrio. Una sosta per un altro caffè all’autogrill per far prendere fiato a Matteo e far riposare le mie orecchie. L’aria fresca e il chiarore del giorno ormai prossimo, mi stimolarono una salutare quanto energica sciacquata di faccia. L’assenza di asciugamani mi costrinse a tenermi il viso bagnato che a contatto con l’aria frizzante delle colline del parmense ridonò la sensazione di essere ormai completamente sveglio. Questa condizione mi permise di interrompere i monologhi di Matteo con qualche mia considerazione e con qualche domanda che a volte mi facevano guadagnare qualche secondo di silenzio, che lui spendeva per riflettere o almeno, così mi sembrava. -“Ma tu questa donna l’ami?” Buttai li la frase per metterlo in difficoltà e farlo tacere un po’. Matteo non rispondeva ed io: “Hai fatto trascorrere molto tempo, ormai la risposta non serve più, lo vedi? Non ami neanche questa donna”. Il povero Matteo restava impietrito: lui nemmeno sapeva cosa fosse l’amore. Era stato allevato in una portineria di Milano ed era cresciuto con l’incubo del rispetto delle regole condominiali e così chi doveva insegnargli ad amare gli aveva insegnato le regole che lui aveva imparato bene ad eludere. Così ne è venuto fuori un ragazzo che a sedici anni guidava, senza patente, una vecchia cinquecento che aveva intestato al suo ignaro papà. -“Non amo questa donna! A me piace, la desidero: Che l’amore sia un certo desiderio è chiaro ad ognuno. Inoltre, che anche coloro che non siano innamorati desiderino le cose belle lo sappiamo”.-”E bravo il nostro Socrate, anche tu hai avuto una moglie come Santippe che non ti ha allevato alle delizie dell’amore. -“E poi, ribatte Matteo io non ho mai capito bene che cos’è questo amore”. -“Non sei il solo. Sull’argomento si sono scritti un’infinità di testi e ciascuno ha avuto modo di dire la sua sull’argomento. Schopenhauer è categorico: l’amore è il male. Vediamo gli sguardi di due innamorati incontrarsi spasimando di desiderio: ma perché sono così misteriosi, trepidi e furtivi? Perché quegli innamorati sono dei traditori: tramano di nascosto per perpetuare tutte quelle miserie e tutti quei tormenti che altrimenti avrebbero avuto presto una fine” -“Lo vedi che ho ragione io, ribattè prontamente Matteo.” -Stendhal proseguii senza dargli ascolto, racconta che nelle miniere di salgemma di Salisburgo, in Austria, si mette un ramoscello secco, che dopo qualche mese si infiora di questi splendidi cristalli di sale. Il senso di questa allegoria è che per noi una persona insignificante, che non vuol dire niente, che non ci dice niente, improvvisamente si riempie di qualità: ci accorgiamo che è bella, che è interessante, che è amabile, ecco però queste inflorescenze, questi cristalli sono molto fragili, possono cadere e quindi se la mia immaginazione attribuisce delle qualità all'essere amato, queste qualità hanno bisogno di essere continuamente rinfocolate, di essere riprese. L'amore è qualche cosa di vivo, è proprio quasi il senso della vita.” Avevo preso la parola e non volevo mollarla a Matteo, che restava affascinato dalla narrazione di un mondo a lui estraneo, come poteva essere quello di Costand, Sainte-Beuve o di Proust, molto lontano da quello dei numeri in cui viveva immerso tutti i giorni. -“L’amore, diceva Shakespeare, più dà e più riceve e questa regola non è comprensibile da chi, come te, si occupa di bilanci: do ut des.” Un po’ risentito Matteo:-”Sappi che io con mia moglie non ho mai tenuto i conti, le ho dato sempre tutto e tu lo sai, andava in giro carica di gioielli che sembrava la madonna di Pompei in processione, i suoi vestiti erano tutti firmati, il conto dal parrucchiere e dall’estetista era più salato di quello che spendevo io per mantenere la Porche, eppure cosa ne ho avuto in cambio? Insulti, volgarità, tradimenti. Continuava a dirmi che io le avevo rovinato la vita chiudendola in casa a badare due figli maschi delinquenti che la facevano impazzire.” -“Ma tu Matteo, ti sei mai fermato a guardare tua moglie negli occhi? Hai mai cercato di dialogare con lei, di condividere con lei l’esperienza della vita? Le hai mai detto: quanto sei bella? Le hai mai scritto una lettera come quelle che scriveva De Musset a Gorge Sand. Lettere piene di sentimento dove lui le dichiara il suo amore incondizionato, anche se sapeva che lo tradiva” -“come vedi non è andata bene neanche a lui che ha scritto queste belle lettere d’amore. Caro amico mio”, ribatté Matteo, che voleva tenere alto il livello della discussione: “Io cambierei la frase di Dante in Amor ch’ ha l’uno amato l’altro perdona nel senso che quando uno dei due è innamorato pazzo dell’altro, questi si rende conto di avere un potere di dominio sull’altro e non riesce più ad amarlo ma gli concede di essere amato. E poi ricorderai che Aristofane era convinto che gli esseri umani fossero androgini, uomini e donne insieme, simili a una palla, poi Zeus li aveva tagliati in due e da quel momento le due metà si cercano. Il guaio è che nel nostro mondo occidentale, dominato dalla tecnologia, le metà che si cercano, si somigliano un po’ tutte, come i prodotti industriali ed accade, sempre più spesso, che le metà che si uniscono non sono quelle giuste. Pensa che in Italia ben il 67% delle coppie hanno relazioni extraconiugali. E’ una condanna all’infelicità di un popolo intero! Uno sterminio! Se poi ti accade di riconoscere la tua metà quando già sei sposato e magari lo è anche lei, ti ritrovi di fronte al dramma di essere felice rendendo infelici altre persone: bambini che si ritrovano senza padri e madri che non hanno la fortuna di vivere in un ambiente in cui possano essere amati dai genitori”. -La saggezza di Matteo era dovuta alla sua condizione di separato, costretto a vivere in un monolocale, mentre sua moglie, che lo tradiva, viveva in un attico e super attico che lui aveva acquistato lavorando sodo dalle sei del mattino fino alle otto di sera. E forse proprio a causa di questo super lavoro che il povero disgraziato si era trovato in questa miserevole condizione. Si, dico miserevole perché, dovendo pagare gli alimenti alla moglie, mantenere i figli e pagare l’affitto del monolocale, non gli restavano molti quattrini per fare la bella vita. Eppure Matteo riusciva a sdrammatizzare tutto. Descriveva la sua condizione si limitandosi a dire che era costretto a mangiare le “alucce” di pollo perché le cosce costavano troppo.Una rappresentazione poetica in cui anche il pollo partecipava, con le sue “alucce” a rendere triste la condizione di miseria di Matteo. Siamo figli della cultura occidentale e questa cultura, come già affermava de Rougemont, affonda le sue radici nel mito dell’adulterio. Tristano e Isotta, Ginevra e Lancillotto Paolo e Francesca, Il Decamerone, il mito di don Giovanni che da Tirso del Molina a Lord Byron, attraversa secoli di Letteratura, Madame Bovary, Lady Chatterlay’s Lowers, Nice Work, sono solo alcuni esempi di un percorso nato con gli stessi Dei Greci che hanno vissuto l’infedeltà nell’amore come un gioco, un passatempo per vincere la noia.Oggi il cinema e la televisione continuano a coltivare il mito dell’adulterio e lo diffondono anche in quella parte di popolazione che non è raggiungibile dalla tradizione scritta. Una tradizione, quella occidentale che produce una instabilità familiare di massa con conseguenze drammatiche anche sul piano economico. Matteo aveva colpito nel segno, ma non mi andava di dargli partita vinta e passai al contrattacco movendogli una terribile accusa:-“Ma ti rendi conto che parli come i musulmani? Questa accusa volta ad un bergamasco leghista era il massimo dell’insulto,” -“Cosa c’entrano i musulmani?” Ribattè Matteo, alzando il tono della voce mostrando di essersi svegliato completamente. -“C’entrano eccome! I musulmani ci accusano di essere ipocriti perché condanniamo la loro poligamia ma poi costruiamo relazioni extraconiugali basate sull’inganno e sulla falsità.” -“Ma allora hanno ragione loro?” -“Neanche per sogno, la poligamia è un arcaismo sociologico, un residuato della cultura nomadica e della società maschilista. Non sarebbe accettabile nemmeno se venisse concesso alle donne di avere più mariti. No! Caro Matteo, io la penso come Aristofane, l’amore autentico è quello che ti redime dal mondo individuale attraverso la congiunzione con un soggetto unico e insostituibile che ti motiva l’esistenza, che te la rende felice. Quell’amore che nasce come rispecchiamento narcisistico di te stesso perché in lei vedi la tua immagine, ma rispetto al solipsismo del narcisismo è un amore che si evolve in un rispecchiamento dialettico in cui l’immagine non riflette quella dell’ amante ma si trasfigura nell’immagine dell’amato che rappresenta l’ideale diverso da sé che è irraggiungibile. Bisogna continuare a cercare l’altra metà finché non la si trova; del resto, “noi siamo su questa terra per cercare, non per trovare”. Nel Medioevo l’amor cortese poneva le passioni amorose al di fuori dal matrimonio che assumeva una valenza patrimoniale. Matteo, ormai ubriacato dalle mie parole, non era più in grado di controbattere e per chiudere la discussione mi propose di fermarci a bere il terzo caffè per svegliarci. Ormai il giorno esponeva i suoi colori e le nebbie delle discussioni filosofiche si erano diradate, palpavamo l’aria umida e asprina del mare che cominciava a penetrare nella nostra pelle del braccio che fuori dal finestrino cercava di afferrarla. I nostri sensi impegnati nella percezione sensibile, abbandonato il terreno delle idee trascendentali, disponevano ad un silenzio duraturo che ci ha accompagnati fino alla fine del viaggio. Un luogo mitico, il regno di Shelley e Lord Bayron, la meta dei romantici, ma anche il luogo caro a Petrarca e a Montale: Portovenere.Ci recammo subito al porto per cercare “filavia” la barca a vela sulla quale dovevamo fare pratica di navigazione. Era la nostra prima lezione di vela e non vedevamo l’ora di toccare con mano il boma, le scotte, capire cosa fossero i terzaroli, la balumina e tutti quei termini strani che fanno la differenza tra un uomo comune e un marinaio, fra il mondo di tutti e quello di Conrad. Matteo indossava un candido vestito, identico a quello “immaculate white” di Lord Jim. Io invece mi sentivo come un pellegrino del Pathna: seguivo Matteo per fede più che per una mia necessità di diventare skipper. Temevo, anzi, di soffrire il mal di mare e di fare una figuraccia già alla prima uscita. Durante il corso di teoria, invece, me l’ero cavata piuttosto bene, soprattutto quando ci hanno insegnato a calcolare la rotta corretta in funzione della deviazione magnetica e del magnetismo di bordo.Avvistammo l’imbarcazione da lontano perché il porto è incastonato in una collinetta che gli gira intorno e lo protegge. Vi si arriva dall’alto: appare improvviso il borgo medievale sull'estrema punta occidentale del Golfo, con le sue case-fortezza, il castello genovese, la chiesa di S.Pietro a picco sul mare e poi l’isola di Palmaria che chiude parte dell’orizzonte marino. Dall’alto vedevamo queste bellissime imbarcazioni che sembravano sospese sull’acqua. Avvistammo la nostra perché il nome era stampato in grande su un banner fissato ai candelieri. Lo scafo era di un blu intenso, con una riga bianca che l’attraversava da prua a poppa e che conferiva, alla nostra imbarcazione, un’eleganza che le altre non avevano. Il ponte era impreziosito dalla presenza di numerosi bocchettoni in ottone lucido che la rendeva magica ai nostri occhi. La grande ruota del timone a poppa già sentiva la mia mano scivolare sul suo legno levigato dalle tante mani che l’ hanno posseduta e l’albero di maestra pendolava capovolto per ipnotizzare i pivelli come noi che venivamo dalla città. Ci avvicinammo alla barca e ci presentammo al nostro comandante. Si chiamava Stefano e veniva da Sondrio, un ometto di media età e statura, taglia “rotondo”, con due occhietti piccoli ma azzurrissimi che gli conferivano una parentela con il mare essendo, tutto il resto, da montanaro. Fatta la conoscenza con gli altri otto membri dell’equipaggio siamo scesi sottocoperta per depositare i bagagli e metterci a disposizione del comandante. Sarà stata l’emozione, i troppi caffè o il fatto di essere andato a letto alle tre; saranno state tutte e tre le cause insieme, ma appena scesi sottocoperta il mio amico Matteo crollò come un salame a terra. Mi venne subito alla mente che era un soggetto a rischio di infarto e mi misi ad urlare: -“E’ un infartuato chiamate subito un’ambulanza, presto mettiamolo sul lettino e facciamogli un massaggio cardiaco” Non avevo mai avuto un’esperienza del genere ed essere causa di morte per mia incapacità mi creava non poche preoccupazioni. Per fortuna tra i membri dell’equipaggio c’era un dentista che si pose alla testa di Matteo, gli infilò un dito in gola e gli estrasse la lingua per evitargli il soffocamento mentre io, con l’energia del disperato, continuavo a spingere sullo sterno di Matteo implorandolo a tornare tra noi. L’ambulanza sarebbe giunta da lì a venti minuti, tanti per salvare un uomo a cui non batte più il cuore. Per ben quattro volte Matteo ha dato segni di ripresa e ad ogni cenno aumentava la mia foga nel praticargli il massaggio cardiaco. L’ingrato mi avrebbe poi rinfacciato che gli avevo rotto lo sterno perché gli faceva male. La morte non lo aveva raggiunto ma ci era andato molto vicino; si era persino pisciato addosso. Giunta finalmente l’ambulanza, questi sono i momenti in cui si dà ragione a Bergson quando parla del tempo come durata interiore, Matteo venne caricato sulla barella dopo che era stato rianimato. Dal braccio penzoloni, il Rolex submariner del mio amico si era slacciato ed io prontamente lo recuperai e lo misi in tasca. L’avvenimento aveva lasciato tutti senza parole e, dopo una breve consultazione, all’unanimità decidemmo di rinviare di una settimana l’esercitazione augurandoci di essere tutti presenti. Sciolta la seduta e salutati i compagni della barca, mi recai all’ ospedale di Sarzana, dove Matteo era stato ricoverato. Giunto al pronto soccorso, mi resi subito conto di che cosa significa la mala sanità in Italia. Ho dovuto attendere due ore prima di avere la certezza che Matteo fosse ricoverato in quell’ospedale. Dopo tre ore riuscii a sapere che Matteo non era morto e alla sera verso le cinque, vale a dire dopo ben undici ore riuscii a vedere il mio amico Matteo disteso su di un lettino circondato da tubicini che lo alimentavano ed un apparecchio che ci confortava che il suo cuore avesse ripreso a battere. Era sul primo lettino della camerata ci incrociammo con lo sguardo, un mezzo sorriso e poi, con fare disperato:”Mi hanno rubato il Rolex, lo avevo al polso e ora non lo trovo più.” -“Eccolo qua il tuo Rolex, eri li che stavi per morire e ti preoccupi del Rolex. A proposito, quando muori vuoi che te lo metta nella bara o lo lasci in eredità ai tuoi figli?” -“No, lo lascio a te in eredità che sei il mio migliore amico”. -“Bene e allora spero che muoia presto così avrò finalmente anch’io un Rolex al polso”. Intanto gli tirai il piede manifestandogli la gioia che fosse vivo. Intorno a quel letto c’era un andirivieni di infermiere. Si erano passata la voce che in ospedale c’era un bel ragazzo e andavano avanti e indietro per vederlo. Erano tutte premurose con lui. Sembrava il Luigi XIV di Corneille: “Il n’a qu’à donner l’ordre” non c’era bisogno nemmeno di dirlo che ogni suo desiderio veniva esaudito, glielo leggevano nel pensiero. E se anche non ne aveva di bisogni, se li creavano loro, per il piacere di servirlo. Come diceva Starobinski, era un caso di onnipotenza senza consumo di energia, simile al “primo motore”, che nella metafisica di Aristotele può restare immobile. Ci guardammo negli occhi e ridemmo. -“Ce n’è una molto bella che mi ha già dato il numero di telefono; ha detto che viene spesso a Milano e che le avrebbe fatto piacere rivedermi.” -“Perbacco! non hai perso tempo. Ma se non ti curi come si deve tu queste belle figliole le vedrai con le “alucce” sulle spalle lassù nel cielo e non so se per te è la stessa cosa”. Intorno alle cinque del pomeriggio, arrivò il primario a fare il giro dei malati seguito da una coda di medici giovani che pendevano dalle sue labbra. Siccome quel testone di Matteo continuava a dire che ormai stava bene e che poteva tornare a casa con me, ho voluto chiedere al dottore quali fossero le reali condizioni dell’ammalato. Il luminare, che mostrava in viso i segni della saggezza, abbassando lentamente la testa verso il paziente e guardandolo da sotto gli occhiali, gli rivolse la parola: “Mi scusi signor Gissi, lei che lavoro fa?” -“Il commercialista, rispose prontamente Matteo con una punta di orgoglio per la posizione raggiunta.” -“Bene e che fretta ha di andarsene a casa in queste condizioni, lo sa che ha avuto un infarto!” -“Lo so, ma io mi sento bene e domani ho degli appuntamenti in ufficio con dei clienti importanti. Lo sa dottore che se questi sanno che ho avuto l’infarto si spaventano e cambiano commercialista?” -“e se lei muore? Cosa se ne fa dei suoi clienti? Li riceve in paradiso? Lei non può andarsene in queste condizioni si metta l’animo in pace”. Dopo una sentenza così perentoria, il luminare, con una rotazione armoniosa del busto, accompagnata dallo svolazzo del camice, girò la coda dei medici e prosegui il suo precorso nel mondo della sofferenza. Senza dare tempo a Matteo ai ripensamenti, mi congedai da lui per fare rientro a Milano. Avevo fretta di rientrare perché non mi piaceva guidare di notte e quindi preferivo sfruttare ancora quel paio d’ore di luce che restavano prima che calasse la sera. All’uscita della stanza dove era ricoverato Matteo, un anziano signore andava avanti e indietro in attesa di far trascorrere un tempo che in ospedale non passa mai. Aveva sentito il colloquio avuto con il dottore e mi rivolse la parola: -“Quel signore là è un suo amico?” feci cenno di si con il capo, “e allora non ce lo tenga molto in questo ospedale, se lo porti a Milano perché da qui ne escono più da morti che da vivi” . Ringraziai per il consiglio e mi affrettai a raggiungere la mia macchina al parcheggio. Il parcheggio degli ospedali è quasi sempre a pagamento perché la malattia è un costo e bisogna punire quelli che si ammalano. Pagai una cifra esagerata e feci ritorno verso casa. Non era ancora buio, ma il cielo era scuro e si era messo a piovere a dirotto tanto che ho dovuto rallentare di molto la velocità. Le stesse nuvole transitavano nei miei pensieri nel ripassare tutti gli eventi della giornata e infine la raccomandazione del paziente dell’ospedale che mi aveva messo in agitazione rispetto alla cosa giusta da fare. Il dubbio venne dissipato da una telefonata di Matteo che, intorno alle nove di mattina del giorno dopo, mi chiese di andarlo a prendere in ospedale perché aveva firmato per uscire. Durante il viaggio meditavo le cose da dirgli: “Tu sei un incosciente, hai voglia di morire a tutti i costi, ma non pensi al casino in cui lasci me, tua sorella, i tuoi figli, io dovrò chiudere la società. E i tuoi figli chi li mantiene? Adesso ti porto a Milano, andiamo direttamente all’ospedale San Raffaele, dal tuo cardiologo e ti facciamo ricoverare. Pensa soltanto se ti capita la stessa cosa quando sei a casa da solo te ne vai dritto all’altro mondo perché ci vogliono almeno due persone per rianimarti e l’ambulanza arriverebbe troppo tardi per salvarti.” Con questi buoni propositi arrivai in ospedale a Sarzana. Matteo era gia fuori con il suo borsotto firmato che aspettava il mio arrivo. Salito in macchina, ancor prima di partire, esposi a Matteo il mio pensiero del viaggio di andata. Ottenni la promessa che sarebbe andato in ospedale anche perché gli faceva male lo sterno e temeva che io glielo avessi rotto mentre gli praticavo il massaggio cardiaco. -“Vai a fare del bene alla gente! Dovevo lasciarti morire, questo è il ringraziamento!, ma guarda sto fetente, vuoi vedere che adesso mi chiede anche i danni!”. Matteo sorrise e poi si attaccò al telefono e non smise se non quando giunse davanti al suo studio. Andò in ospedale due giorni dopo e concordò con il suo cardiologo di fare un intervento un mese dopo, quando avrebbe finito di spedire le dichiarazioni dei redditi dei suoi clienti. Quando ci sono le scadenze purtroppo i commercialisti non possono ammalarsi perché al fisco non interessa come stai. Dalla data dell’incidente, alla sua morte passarono quindici giorni. Ricevetti una telefonata dalla sorella in lacrime. Era proprio disperata perché, avendo perso entrambi i genitori, Matteo per lei era come un padre, si appoggiava a lui per tutto e lei gli era molto devota. Gli faceva di tutto, tranne la cucina e i mestieri di casa. La povera Ornella, così si chiamava la sorella di Matteo, mi raccontò che era morto la sera prima, dopo cena. Si era steso sul divano a guardare la televisione. Durante la digestione si è sentito male. Il figlio, preso dallo spavento usci di casa e urlando chiese aiuto ai vicini che non seppero fare altro che chiamare l’ambulanza che lo portò all’obitorio del San Raffaele. Secondo Hubbard, il teorico di Dianetics, il principio dinamico dell’esistenza è: Sopravvivi! E Matteo aveva perso la voglia di sopravvivere. La vita che conduceva gli aveva fatto perdere la spinta della dinamica uno della due della tre e della quattro. L’unica cosa che gli era rimasta era la meta assoluta ossia la speranza che ci fosse un altro mondo dove non ci fossero tutti quei problemi che gli si presentavano nella testa tutte le mattine. Quando morì la prima volta e si fece la pipi addosso, mi raccontò che non gli era dispiaciuto di morire anzi, superato il dolore iniziale, si è ritrovò in un tunnel buio e in fondo a questo tunnel c’era una luce e lui si sentiva felice. Questo racconto di Matteo conferma le teorie di Raymond Moody che da anni studia il fenomeno. Moody fu il primo a raccogliere dati sull’ argomento, rendendoli pubblici durante le sue conferenze e tramite un suo libro intitolato: “La Vita Oltre La Vita”. Forse Matteo aveva rinunciato a farsi curare perché in fondo gli piaceva ripercorrere quella meravigliosa esperienza interrotta da me quindici giorni prima con quel doloroso massaggio cardiaco. Con questa convinzione mi presentai davanti al cadavere di Matteo. Non piangevo e non sembravo nemmeno dispiaciuto. Mi avvicinai al cadavere, gli toccai un piede e gli dissi: “Pirla, te lo avevo detto” . L’ incontro ravvicinato con la morte era avvenuto. Non fu come esserci dentro, ma percepii una sensazione di piacere nel comprendere che ero sulla buona strada. La morte non mi faceva paura, ma non perché fossi attratto come Matteo dal tunnel ma semplicemente avevo accettato di essere finito, avevo imparato la lezione di Epicuro. Il desiderio di continuare a vivere sotto forma di fiammella, priva di sensi, che se ne va a spasso in non so quali mondi, non mi creava alcun entusiasmo. Il piacere di vivere ci viene dai sensi che ci trasmettono la percezione di esistere. Senza la vista un pezzo di vita se ne và. Non puoi più godere la bellezza di un paesaggio, di un tramonto, lo sguardo della donna che ami, un film, un libro. Puoi immaginare tutto questo? Si ma è come vedere una partita di calcio anziché giocarla. E se l’immaginazione risiede nel corpo, non ti porti appresso nemmeno quella, come pure i ricordi, la percezione di sé la coscienza di esistere. Mio suocero, essendo stato in vita un semplice e onesto contadino, non conosceva Heidegger e non aveva letto Essere e Tempo non sapeva di quelle finezze che ti portano a distinguere l’essere dall’esserci eppure, senza scrivere un rigo, è riuscito a smontare il legame tra l’esistenza e l’essere tra l’esserci e l’esistere. All’età di novantuno anni il vecchietto aveva perso completamente coscienza di sé. Viveva alla periferia di Milano ma era convinto di vivere al suo paese di origine, sua figlia era diventata sua moglie ed io un estraneo al quale chiedeva sempre di ritornare a casa sua. Era un uomo che esisteva ma non sapeva di esistere, non aveva ricordi se non sporadici disaggregati, non sapeva quando e dove fosse nato e vissuto, faceva la cacca nel bidet e anche se questo non c’entra con Heidegger mi faceva comunque incazzare. Quando ha reso l’anima a Dio, si fa per dire, che cosa si è portato appresso l’anima visto che ormai non c’era rimasto più nulla?. Francio Crick, premio Nobel per la medicina e padre del DNA, sosteneva che le gioie, i dolori, le memorie, le ambizioni, l’identità personale sono di fatto niente di più che il comportamento di un grande ammasso di cellule nervose e delle loro molecole associate. Un comunista come me, del resto, che si è formato alla scuola di Feuerbach, non può cedere alla illusione di essere eterno. Sarebbe opportuno che l’uomo facesse uno sforzo per fare chiarezza sul fatto che Dio non è più necessario e che rappresenta un retaggio antropologico tanto più forte quanto più è grande il degrado sociale e l’ignoranza. IL COMPLOTTO I cupi pensieri del segretario, appena l’aereo prese il volo, vennero ricacciati in profondità assieme alla brioche calda con nutella che amava accompagnare al cappuccino con spruzzino di cacao che solitamente prendeva al bar dell’aeroporto prima di partire. La brioche alla nutella, contrariamente alle petites madeleines della zia Albertine, si piazza come un macigno sullo stomaco e, anziché far emergere la memoria involontaria, fa sprofondare quella attiva e anche la narrazione ci viene resa temporaneamente per rimarcarne l’assenza. Mano a mano che i pensieri sprofondavano, la rugosa fronte del segretario, si distendeva lentamente fino a raddoppiare la sua superficie, facendo emergere nella sua maestosità, la dimensione non comune della scatola cranica. Mano a mano che l’aereo prendeva quota, anche i pensieri si elevavano di misura, così come ci ha insegnato Hume il sommo indagatore dell’animo umano:“La mente risale gradualmente dal basso verso l’alto. Operando astrazioni su ciò che è imperfetto, si opera un’idea di perfezione. E lentamente, distinguendo le parti più nobili di sé dalle più basse, impara a proiettare soltanto le prime, più elevate e raffinate, sulla sua divinità”. Le nuvole del cielo di Mosca avevano avvolto l’aeroplano e l’occhio ingigantiva il senso di smarrimento che la missione che stavo per compiere aveva prodotto nei miei pensieri perchè non riuscivo ad avere la misura di quanto fosse giusto determinare quella svolta epocale che il fatto avrebbe determinato. Purtroppo non si può dare in anticipo una risposta. La storia di per sé non è giusta o ingiusta. La storia è storia e basta. Si può dire che Giulio Cesare non fu grande condottiero ma un carnefice perché fece massacrare in un giorno 230.000 Galli, ma quello che resta è il fatto che la storia deve raccontare. Si può dire che Napoleone perse la battaglia di Waterloo per aver smarrito, in una carica di cavalieri, la sacca contenente i chiodi che servivano a neutralizzare i cannoni nemici, ma il fatto che perse la battaglia è storia. Le mie riserve riguardavano soprattutto i tempi in cui si andavano a collocare quegli eventi. Per me era troppo presto, il popolo avrebbe dovuto crescere un po’ di più per evitare poi quei fenomeni di ritorno alla religione che già in Unione Sovietica, dopo la rivoluzione Bolscevica si erano manifestate come forma di resistenza anche politica. Una resistenza che si sviluppò al punto da determinare il crollo del regime comunista e il fallimento dell’esperienza marxista-leninista. Anche Zarathustra quando parlava dei preti, ne aveva paura:“Sono nemici terribili: niente è più avido di vendetta della loro umiltà. E facilmente si insudicia colui che li attacca”Hanno cominciato a scardinare il sistema partendo dalla Polonia, dove si sentivano più forti e poi, dopo l’elevazione al soglio pontificio del Papa polacco si sono ringalluzziti al punto da sfidare a viso aperto il potere comunista. Nel giugno 1979, quando Papa Giovanni Paolo II si recò in visita in Polonia, la folla dei credenti accalcata lungo il percorso era sterminata e lasciò a bocca aperta tutti i dirigenti del partito che da quel momento in poi non avrebbero più potuto sostenere di essere legittimati dal popolo. Il popolo tutto, anche quello dei non credenti era contro lo stato socialista. Era l’inizio della fine. Con la diffusione, in tutti i paesi dell’est, dell’enciclica Laborem exercercens, il Papa chiarì che se anche i mezzi di produzione diventano dello stato, non significa che questa proprietà sia socializzata. Questo avviene quando ciascuno si sente comproprietario del luogo in cui lavora. Il Papa invitava tutti gli uomini a riprendersi il proprio destino che era dominato dal gruppo dirigente del partito. Quel partito che era il mio, nel quale fin da bambino ho creduto e che per me rappresentava lo strumento per abbattere tutte le ingiustizie e rendere gli uomini liberi. Il mio partito invece veniva presentato come strumento di oppressione dei popoli che si era trasformato in oligarchia che sfruttava quegli stessi lavoratori in nome dei quali amministravano il potere. Personalmente ho vissuto una crisi profonda, avevo le idee confuse e non sapevo che cosa pensare. Anche in questi momenti, però, la mia fede nel comunismo non è mai venuta meno. Si trattava di modificare un po’ di cose, magari per raggiungere in fretta gli obiettivi da qualche parte si era ecceduto nella repressione, ma l’impianto di fondo del comunismo restava valido e, soprattutto le finalità non si dovevano mettere in discussione. Da raffinati diplomatici qual sono, i dirigenti del Vaticano, non affrontarono il potere frontalmente rischiando un ennesimo bagno di sangue, ma si mostrarono collaborativi. Offrirono la Polonia a Gorbaciov come cavia per sperimentare le sue teorie sulla Glastnost e la Perestoica e così scattò la trappola mortale per il sistema sovietico. Le avro sempre negli occhi le immagini di quei ragazzi, in piedi sul muro di Berlino che si riparavano con un ombrello dai getti d’acqua della polizia dell’Est. Un tempo li avrebbero presi a fucilate, ma meglio così. Meglio veder infranto il sogno della mia vita che portarmi addosso, per tutta la vita, il peso sulla coscienza di altre vite innocenti se pur uccise per difendere il capitalismo. Purtroppo, in tutti i paesi del patto di Varsavia, si era diffusa la convinzione che il capitalismo, pur sfruttando i lavoratori, fosse in grado di produrre delle torte più grandi e quindi le fette che ne derivavano, se pur distribuite in modo iniquo, essendo più grandi, avrebbero soddisfatto meglio i bisogni della classe operaia. Un ragionamento pragmatico che comunque era sotto gli occhi di tutti. In effetti nessuno poteva sostenere che le condizioni di vita di un operaio americano o europeo fosse minimamente paragonabile a quello sovietico. E’ vero che c’era più equità, ma quando si è arrivati al punto che nei negozi venivano esposte le forme di formaggio di legno dipinto, si può solo dire che li si distribuiva equamente solo la miseria. Sono cose che aveva detto già nel 35’ quel maledetto di Orwell nella “fattoria degli animali”, ma la cattiveria con cui le aveva raccontate me le fecero sembrare non vere. Soprattutto la trovata di paragonare noi comunisti a dei maiali era cosi volgare e faziosa che mi portava ad odiarlo e a considerarlo un fascista.All’ aeroporto di Mosca, salì sul mio aereo un uomo anziano, avrà avuto più di settanta anni, che mi rivolse la parola in un inglese un po’ nasale, chiedendomi se avevo fatto buon viaggio. Era Malenko, un vecchio nome della nomenclatura che aveva combattuto in Afganistan con il grado di generale. In questa missione aveva il compito di condurmi alla riunione che si teneva a Leningrado, oggi San Pietroburgo. Scendemmo dall’aereo e ci recammo su un volo che di li a poco ci avrebbe sbarcato all’aeroporto dell’ eroica città affamata dall' assedio nazista. Erano le quattro del pomeriggio quando sbarcammo e, dopo le formalità doganali, avrei voluto rifocillarmi un’attimo, visto che la brioches con la nutella ormai era scesa in fondo ai pantaloni, ma non c’era stato verso. Malenko mi disse che era tardi e che gli altri erano già arrivati da mezz’ora e quindi, bisognava sbrigarsi. Una vecchia Zigulì (così si chiamavano in russo le nostre gloriose fiat 124), era li ad attenderci con un autista con tanto di berretto che da noi indossano quelli delle bande musicali. L’auto ci portò diritto all’Ermitage. Il palazzo d’inverno mi apparve in tutto il suo splendore e l’emozione e lo stupore che l’opera barocca si propone di suscitare trovava in me la conferma più visibile perché ero rimasto letteralmente a bocca aperta. Il capolavoro di Rastrelli era lì dal 1762 ad ospitare gli Zar fino al 1917 quando la Rivoluzione bolscevica pose fine allo sfruttamento dei poveri contadini russi. Tanta meraviglia, costruita con il sudore e lo sfruttamento dei sudditi dello Zar, non produceva in me il naturale sdegno che avrebbe dovuto. Ma come potevo odiare quel luogo d’ incanto dove tra l’altro venivano conservati i più grandi capolavori dell’arte italiana come le opere di Leonardo, Raffaello, Tiziano per non parlare dei pittori francesi Poussin e Vattau e la statua di Voltaire? E le Taitiane di Gauguin?. Evidentemente non ero un buon rivoluzionario, anzi penso proprio che per essere dei veri rivoluzionari bisogna essere profondamente ignoranti perché la cultura ti corrompe e ti fa stare dalla parte degli Zar e dei capolavori che hanno saputo creare durante il loro regno. Con le idee sempre più confuse mi apprestavo a seguire la mia guida che, con passo lesto mi fece entrare dall’ingresso principale, come un normale visitatore, salimmo al secondo piano e ci dirigemmo sul lato sinistro, verso il piccolo Ermitage, attraversammo il padiglione La Mothe, tutto il vecchio Ermitage fino a giungere, al teatro del Quarenghi, che per l’occorrenza era stato chiuso ai visitatori. Malenko mi fece accomodare nella prima fila dell’ anfiteatro, li avevo tutti li davanti, la vecchia nomenklatura del partito, ai tempi di Breznev. Avevano tutti la stessa faccia: sopracciglia folte e nere, occhi a fessura muso sporgente e naso suino. Quella vista mi fece tornare alla mente la Fattoria degli animali. C’era solo da scoprire chi era il verro Napoleon. Lo scoprii subito appena prese la parola. L’uomo al centro della fila dei notabili, con un doppio petto grigio ferro abbondante, era Tyriscenko il vicecapo della Lubianka che aveva perso tutto il suo potere già ai tempi di Gorbaciov perché era coinvolto negli affari più loschi del KGB al tempo di Breznev. Anche l’attentato al Papa pare fosse stata una sua idea girata poi ai servizi segreti Ungheresi che la realizzarono utilizzando i lupi grigi Turchi. Come si sa l’attentato fallì e l’impero sovietico crollò e con esso crollarono tutti gli apparati. E così il povero Tyriscenko si era trovato dalla sera alla mattina disoccupato, non sapendo fare altro nella vita che la spia. Insieme a lui, nella fila dei notabili, c’era Yury Modin, dal suo tipico pizzetto bianco, un agente segreto Russo che aveva dato filo da torcere agli americani, e quattro generali di un esercito elefantiaco che ormai non serviva più a nessuno, l’agente del KGB di stanza a New York e Malenko che ovviamente era il referente per l’Italia. Prese la parola il robusto Tyriscenko che con tono solenne introdusse:“Compagni, come voi sapete, le forze del male sono riuscite a distruggere il sogno della rivoluzione del popolo che i compagni Lenin e Stalin avevano realizzato nell’Unione sovietica. Si è trattato di un vero e proprio accerchiamento politico, economico e militare che ha raggruppato contro di noi le forze del capitalismo americano la chiesa cattolica e l’integralismo islamico. Di fronte a tanto potere noi non potevamo resistere e abbiamo ceduto le armi senza combattere e questo non è giusto. Mentre il nostro segretario predicava la trasparenza, gli americani lanciavano un’ offensiva al nostro sistema economico attraverso la corsa agli armamenti che assorbì gran parte delle nostre risorse. Mentre i nostri arsenali si riempivano sempre più di missili balistici a lunga gittata, le vetrine dei nostri negozi si svuotavano sempre di più alimentando il malcontento della popolazione. La nostra produzione agricola era sempre più insufficiente a sfamare il popolo e abbiamo dovuto vendere persino l’oro della riserva per acquistare il grano dai paesi capitalisti. La guerra in Afganistan era diventata una trappola da quando gli Americani avevano cominciato ad armare gli integralisti islamici e ad addestrarli alla resistenza contro i nostri soldati. Volevano farlo diventare il nostro Vietnam e ci sono riusciti. A che prezzo lo scopriranno soltanto in futuro ma questo non è un tema che ci interessa trattare adesso. La Chiesa di Roma, con il Papa polacco è riuscita a darci scacco matto usando la Polonia come grimaldello per far crollare tutto il sistema. E’ stata una catastrofe. Avevamo realizzato una grande potenza economica e militare e tutto è svanito nel nulla. Noi non possiamo passare alla storia come i dilapidatori del grande patrimonio politico e culturale ereditato dal marxismo. Dobbiamo riprendere in mano la storia e condurla a nostro favore. Voi siete stati convocati a questa riunione segreta per dare corso ad un piano che ci consentirà di ristabilire il sistema comunista nel mondo, distruggendo la Chiesa e il sistema capitalista americano.”Partì un fragoroso applauso dei presenti che si levarono in piedi in una inaspettata standing ovation. Inaspettata da parte mia alla quale aderii immantinente memore di una disciplina di partito che anche io avevo fatto in tempo a praticare quando ero ragazzo.Tyriscenco fece cenno con le mani e la platea si rimise a sedere. Il generale più giovane illustrò i particolari del piano e a ciascuno di noi assegnò la propria missione.A me era stato assegnato il compito di contattare il mio medico personale, il dottor Certosini, che era un ottimo compagno ed aveva il merito di essere anche il medico personale di sua santità. Ma l’impegno più gravoso era quello di convincere i compagni ad appoggiare l’operazione di attacco dal basso alla chiesa cattolica.Quello che più mi aveva impressionato, nel discorso del generale era una cosa alla quale io non avevo mai pensato e cioè quante cose in comune aveva la struttura organizzata del nostro partito e l’ organizzazione della chiesa cattolica. Praticamente identiche. Cambiavano i nomi, le finalità, ma la struttura era sempre la stessa. In effetti noi avevamo in ogni paese la nostra sezione di partito dove settimanalmente ci si incontrava con i compagni a parlare dei nostri problemi e a discutere del nostro vangelo: il marxismo. Poi c’erano le federazioni provinciali che corrispondevano alle diocesi. Il segretario provinciale era il vescovo, i cardinali erano i nostri segretari regionali e fino al papa che per noi era il Segretario generale dell’ Internazionale socialista. Ma se poi andiamo ad analizzare i contenuti delle nostre e delle loro attività la somiglianza era ancora più calzante. Le nostre manifestazioni di piazza non avevano il corrispondente nelle loro processioni? Chi aveva copiato noi o loro? Noi Ovviamente. Anche il rapporto gerarchico era identico. Un prete non può opporsi alle decisioni del vescovo e da noi era lo stesso. Anche le prediche in chiesa. Ma che cosa c’era di diverso dai nostri comizi. Aiutare i poveri, non essere egoisti, lottare per la giustizia sociale, insomma non cambiava proprio nulla. Beh! Proprio nulla no. Diciamo che noi ci fermavamo un attimo prima di loro. O meglio. Cambiava solo il posto del paradiso. Il loro era in cielo e il nostro era sulla terra. Ma questo era un particolare irrilevante. Anzi, questo era il particolare da correggere. LA SVOLTA PACIFISTA Prima di rientrare in Italia ho voluto visitare la statua di Voltaire all’ Ermitage, davanti al quale ho sostato a riflettere a lungo. Glielo dovevo. Lui mi aveva educato al rispetto delle opinioni altrui e della tolleranza avevo fatto la mia dottrina. Riferimenti culturali su Voltaire. Il mio rientro in una Roma caotica e invasa dai turisti passò inosservato e così ne approfittai per concedermi una piccola vacanza a Fregene, nella villa che il mio amico Antonio metteva a mia disposizione perché lui diceva che non aveva il tempo di andarci. Io ed Antonio eravamo come fratelli e siccome lui costruiva case, neanche sapeva quante ne avesse a sua disposizione. In realtà era ad uso esclusivo mio perché avevo solo io le chiavi della villa da quando ci fu un tentativo di furto e dovetti cambiare tutte le serrature. Era una bella villa, molto grande, costruita negli anni sessanta, quando ancora non c’era nemmeno il piano regolatore e quindi senza una regolare licenza edilizia. In uno dei tanti condoni venne regolarizzata ed io poi feci in modo di renderla sempre più gradevole e accogliente arredandola con quel tanto di gusto che non mi manca e che ha sempre fatto la differenza fra me e tanti compagni di partito che, fuori dalla politica non avevano più niente da dire. La villa dava sul mare e la mia passione era di starmene seduto su una poltrona in vimini, ricoperta di cuscini bianchi, che avevo ereditato dal mio babbo, ad ammirare il tramonto sul mare. Un tramonto che dipingeva di rosso la terra, segno della natura che partecipava al mio disegno politico. Meditando davanti al tramonto decisi di chiamare il mio amico Nanni per raccontargli del mio viaggio a San Pietroburgo. Il tramonto successivo, io e Nanni eravamo seduti a meditare, sulla veranda, sprofondati nelle poltrone di vimini e con un bicchiere di birra in mano. Che stesse per dire la sua lo si capiva dallo screpitio del vimini che occupava sempre più i silenzi delle nostre meditazioni. “Si però questa cosa mica la puoi fare da Segretario del partito! Prima ti devi dimettere. Si. Ti devi dimettere. Anzi. Questa cosa va fatta fuori dal partito, sarebbe meglio addirittura contro il partito. Sto pensando, che so, a un movimento che dal basso si muove in dissenso al partito. Tu che ne pensi?”Io non pensavo un bel niente perché ancora non ero mica così convinto che fosse una operazione giusta da farsi! Che diritto avevo io di togliere a tante brave persone il diritto di sognare una vita nell’aldilà che lenisse un po’ le disgrazie di questa vita e che desse loro un orizzonte non finito dell’esistenza? Ma Nanni attendeva una risposta ed io dovevo dargliela.“Giustissimo, è fuori di dubbio che io debba dimettermi da segretario del partito, quanto ai movimenti ho qualche perplessità. Non vorrei che di tutto questo lavoro poi ne beneficiassero i compagni di Rifondazione che stanno li come degli avvoltoi pronti a lanciarsi sulle carogne delle nostre battaglie politiche.”“Non devi preoccuparti guiderò io stesso l’operazione e vedrai che saprò tenere tutto sotto controllo, quelli di rifondazione resteranno fuori da tutti gli organismi di coordinamento dei movimenti. Non gli lascio gestire nemmeno la logistica, parola di Nanni”. Dopo quell’incontro, ne seguirono molti altri e non solo con Nanni. Ormai si era messa in moto l’organizzazione dei movimenti. Il tema che avrebbe unito il popolo della chiesa e il nostro era il tema del pacifismo e l’idea che i paesi ricchi della terra, con la globalizzazione avessero messo in atto uno strumento per sfruttare più agevolmente i poveri della terra, soprattutto adesso che non c’era più il comunismo ad arginare l’egoismo del mondo capitalista. La globalizzazione aveva liberalizzato i mercati e, attraverso il fenomeno della concentrazione finanziarie si erano formate nel giro di pochi anni delle holding che avevano dei bilanci pari o se non superiori a quelli di una intera nazione. Non solo, le stesse, operando in un contesto sopranazionale, non erano più soggette alle leggi degli stati e quindi riuscivano a realizzare delle piovre economiche che avevano la testa nei paesi ricchi e i tentacoli in tutti quei paesi in cui non esistevano regole e diritti sindacali e dove la manodopera costava un decimo rispetto ai paesi più industrializzati. Internet, le teleconferenze e la comunicazione globale, non rendeva più necessario nemmeno lo spostamento fisico delle persone che da ogni parte del mondo riuscivano a comunicare con le sedi delle società multinazionali. Questi cambiamenti imponevano agli stati la necessità di incontrarsi periodicamente per definire una politica comune che consentisse loro di governare la globalizzazione. Ma questi incontri erano riservati alle otto nazioni più potenti della terra e questo non era giusto e quindi bisognava boicottare questi incontri. La prova generale doveva essere il G8 a Genova. A Genova, il popolo comunista e quello della chiesa dovevano unirsi per lottare contro il nemico comune: Gli stati ricchi del nord che sfruttavano i poveri e diseredati del mondo. Questo era un problema che conoscevo benissimo perché avevo viaggiato a lungo nei paesi più poveri della terra ed avevo costruito una rete di amicizie che mi tenevano informato sulla situazione politica ed economica di molti paesi del terzo mondo. Di ritorno da uno di questi viaggi sono stato ricevuto anche dal Santo padre, in Vaticano, che ha apprezzato molto il mio impegno a favore dei paesi poveri. Io chiesi ed ottenni la disponibilità della Santa sede ad unire gli sforzi e per lottare insieme contro le ingiustizie nel mondo. In particolare mi premeva la lotta contro l’AIDS che nei paesi africani era diventata una vera e proprio piaga sociale. Mentre in Occidente si era riusciti ad arginare gli effetti di questa malattia utilizzando un costosissimo coctail di medicine, nei paesi del terzo mondo, essendo il costo dei medicinali elevatissimo, la malattia mieteva vittime anche tra i bambini che avevano l’unica colpa di nascere da genitori infetti. L’elevato costo dei farmaci veniva giustificato, dalle case produttrici con le spese sostenute per la ricerca e con la necessità di continuare a finanziare la stessa tenendo alto il prezzo delle medicine. Su questo fronte l’impegno di tutte le organizzazioni non governative, che si sono coordinate in modo sempre più efficace, ha portato al risultato di coinvolgere sempre più le case farmaceutiche nella soluzione del problema. Questa battaglia mi aveva dato una certa notorietà e mi aveva consentito di costruire una rete sempre più fitta con i movimenti del volontariato cattolico e con le ACLI che rappresentavano il nostro cavallo di Troia per entrare nella struttura organizzativa delle parrocchie ed avere un controllo sempre più stretto delle decisioni che venivano prese a livello di consigli pastorali, che rappresentano il comitato di gestione delle attività parrocchiali. L’organizzazione della manifestazione di Genova fu un vero successo. Vedere le suore che sfilavano in mezzo alle bandiere rosse era per me motivo di orgoglio e la prova che ormai la vendetta comunista nei confronti della chiesa era in atto e che nessuno avrebbe potuto arrestare questo grande progetto che avrebbe portato alla occupazione dal basso della struttura organizzativa della chiesa. L’azione dei compagni era pressante. Nelle riunioni dei consigli pastorali, si parlava della pace, si costituivano comitati per la pace e gli argomenti che venivano discussi in queste riunioni erano i problemi che noi discutevamo nelle nostre sedi di partito che ormai non servivano più e che venivano chiuse perché rappresentavano un costo e nulla più. Non è meraviglioso andare in parrocchia alla riunione del consiglio pastorale e parlare dei lavoratori che rischiano il posto di lavoro, a causa della invasione, nei nostri mercati, dei prodotti cinesi che costano la metà dei nostri? Quei pochi ex democristiani rimasti in questi organismi, facevano sempre più fatica a reggere il confronto con chi poneva il problema del raddoppio dei prezzi, dovuta all’introduzione dell’Euro, che ha costretto le famiglie italiane ad una drastica riduzione dei consumi che ha peggiorato la situazione delle imprese che hanno subito, contemporaneamente una riduzione delle esportazione e della domanda interna. Il nostro progetto, invece andava a gonfie vele. Avevamo coinvolto le parrocchie anche nel business delle bandiere per la pace. Davanti alle chiese si vendevano a cinque euro l’una le bandiere per la pace che il parroco, durante la predica domenicale, aveva raccomandato ai fedeli di esporre davanti alle finestre e ai loro balconi. Che meraviglia, che cambiamento in così breve tempo! Prima i fedeli esponevano davanti ai balconi i loro segni di culto: le immagini della madonna, le reliquie, i voti e le devozioni, oggi, solo bandiere arcobaleno. Il pacifismo era un tema caro al mondo cattolico. Sant’Agostino scrisse il “De civitate Dei”per rispondere alle accuse che i pagani muovevano al Cristianesimo responsabile della disfatta dell’Impero romano dopo che Alarico fece il sacco di Roma,. Allora i Cristiani erano accusati di essere pacifisti, oggi, invece, potevano con gioia manifestare la loro attitudine alla pace con l’orgoglio di appartenere ad una cultura che rinuncia, unilateralmente a regolare i propri conflitti con l’uso della forza. Ci sono voluti secoli per dare ragione ad Agostino, un uomo che si era formato aprendosi alle altre culture e conoscendole profondamente forse perché egli stesso ne era l’esito. Il vento dell’integralismo islamico, alimentato dalla aggressiva politica americana nei confronti del mondo arabo, si era radicato nei cuori del popolo arabo che nutriva un rancore e un desiderio di rivincita nei confronti di un Occidente, tecnologicamente più avanzato che sperimentava le sue meraviglie contro i dittatori di quel mondo ma ai danni di un popolo sempre più mortificato. La notizia di un raid americano che colpiva con i caccia supertecnologici la famiglia di Gheddafi, venne vissuto dall’Occidente come una grande prova di abilità ma che ispirò all’emulazione i meno attrezzati ma più valorosi attentatori arabi delle torri gemelle di New York. E’ inutile negarlo, dopo tante umiliazioni subite dalla potenza militare americana, (basti pensare al desert storm e come venne trasmesso dalle tv di tutto il mondo) per far capire, anche a chi in occidente non vuole ammetterlo che l’ undici settembre, pochi arabi hanno pianto per l’accaduto. Il nostro pacifismo era la risposta alla radicalizzazione dello scontro fra civiltà e al tentativo degli integralisti islamici di spostare sul piano religioso un conflitto che invece era motivato da ragioni economiche e più specificatamente dal controllo delle risorse energetiche del pianeta. Non si poteva negare, però che dal punto di vista culturale si era aperto un dibattito per stabilire se era possibile un confronto tra la cultura occidentale e quella islamica. Umberto Eco, in un lungo articolo pubblicato su Repubblica, tentò di definire "i parametri in chiave contemporanea" attraverso i quali misurare "oggettivamente" una civiltà rispetto ad un'altra, ma i para-metri per definizione sono "misure arbitrarie" e quindi, anche se sono in chiave contemporanea non misurano un bel niente. Il processo mitopoietico spiega perché Berlusconi preferisce Arcore ed Eco Alessandria ma questo non ha nulla a che vedere,come tra l'altro Eco ammette, con la pretesa superiorità della cultura occidentale. L'antropologo culturale sa che le civiltà si possono analizzare, comprendere, documentare ma non sono misurabili. James George Fraser fu bacchettato da Ludwig Wittgenstein per aver "misurato" con il metro inglese le culture che aveva visitato nel suo "Ramo d'oro": "Quale ristrettezza della vita dello spirito in Fraser! Quindi, quale impossibilità di comprendere una vita diversa da quella inglese del suo tempo" e poi aggiunge: "Frazer non è in grado di immaginarsi un sacerdote che in fondo non sia un pastore inglese del nostro tempo, con tutta la sua stupidità e insipidezza". Scimmiottando Wittgenstein potrei dire dei padani Eco e Berlusconi: "Quale impossibilità di comprendere una vita diversa da quella padana che misura le persone in base alle cose che possiedono.“" Il Pakistan ha la bomba atomica e l'Italia no. Dunque noi siamo una civiltà inferiore?" sottende pur sempre una comparazione di tipo quantitativo anche se nel caso specifico favorevole al Pakistan! " L’ unica vera lezione che si deve trarre dall'antropologia culturale è piuttosto un’altra e cioè stabilire che una civiltà è superiore ad un’altra è un'affermazione arbitraria perché la storia dell'antropologia culturale afferma proprio il contrario. Claude Lévi-Strauss, inaugurando l'antropologia strutturale, si sforzò di mettere in luce le strutture comuni sottese ai fenomeni sociali senza mai proporsi l'obiettivo di misurare le civiltà. William James con il principio della associazione mentale per continuità ci spiega che le idee si formano nella nostra mente per abitudine: "Una persona che entra in una stanza buia e tocca una scatola di fiammiferi questi le appariranno chiaramente alla mente" ci mette in guardia sull'incidenza dell'esperienza rispetto al giudizio che noi diamo sulle cose vissute. L’esperienza che condiziona, per abitudine, a considerare la propria come la civiltà migliore possibile. Nelle popolazioni native americane, si era diffusa questa storiella:
In senso allegorico, la leggenda conduce alla pretesa superiorità razziale di ciascun popolo rispetto all'altro, sacralizzata dalla religione, (il popolo eletto, gli infedeli, ecc.) e validata gnoseologicamente dalla scienza fino a quando Luigi Cavalli Sforza, con il suo libro del 1977, "Storia e geografia dei geni umani", non ne ha sconfessato la validità. In senso metonimico, invece, la leggenda trasferisce la pretesa superiorità dalla razza al significato culturale, etnico, nazionale e, su questo terreno, i nostri Berlusconi ed Eco, si trovano in compagnia di moltissimi altri grandi pensatori, uno per tutti: il filosofo Immanuel Kant che, nel 1798, pubblicò "Antropologia pragmatica", in cui presentava il suo popolo in questo modo: "I tedeschi hanno fama di avere un buon carattere, quello cioè della lealtà e dell'intimità: proprietà queste, che non sono atte a brillare.Il tedesco fra tutti i popoli civili è quello che più si adatta al governo sotto cui si trova. .Il suo carattere è flemmatico, intellettuale,ma non è portato a cavillare sulle cose già stabilite. Egli è quindi l'uomo di tutti i paesi e climi, emigra facilmente e non è appassionatamente legato alla sua patria; ma quando come colonizzatore giunge in un paese straniero, stringe tosto con i suoi connazionali una specie di alleanza civile, che ne forma, con l'unità della lingua e in parte anche della religione, un piccolo popolo, il quale, ordinatosi pacificamente e moralmente sotto un'autorità superiore, si differenzia egregiamente dagli stanziamenti di altri popoli per l'attività, la purezza dei costumi e l'economia". Kant non si risparmiò nemmeno quando parlò degli italiani: "Ma il peggio è l'uso del coltello, i banditi, il rifugio degli assassini nei luoghi sacri, il trascurato servizio di polizia ecc.". Qui il giudizio è dato sui popoli e non sulle culture? No!, è un giudizio sulle culture dei vari popoli, simile a quello formulato oggi anche da molti intellettuali sulle altre culture. Si perché, in fondo, noi occidentali, siamo discendenti di quel tale che "incatenato dalla nascita in una caverna" (Platone, libro VII di Repubblica) viene liberato dalle catene e scopre la realtà della luce. La nostra missione è quella di spiegare, agli sfortunati rimasti in catene, che le ombre riflesse sul muro non sono altro che il frutto di un'ingannevole percezione sensibile e che la verità è quella che deriva dalla luce: l'idea del bene che è principio ontologico, gnoseologico e normativo. Platone dice a Glaucone: "Chi, tornando nella caverna, volesse illuminare i prigionieri sulla verità conosciuta", e chi tentasse di scioglierli e di portarli su, se mai potessero afferrarlo nelle loro mani, non lo ucciderebbero?" Perché ci stupiamo se, volendo diffondere il verbo della cultura occidentale, ci troviamo di fronte un Bin Laden che vuole annientarci? Perché un islamico dovrebbe tollerare che le nostre missioni umanitarie portino inevitabilmente, con i loro aiuti, anche il loro modo di pensare e,in una parola, la loro cultura? Quante volte ci siamo sentiti autorizzati a diffondere nel mondo il bene e la conoscenza! Ne abbiamo il diritto? Hanno gli altri il diritto di respingere la nostra cultura dichiarandola immorale? Questo è il vero problema! Sono, lo ricorda anche Eco, le domande che l'uomo si poneva, in un periodo storico in cui la globalizzazione aveva subito, come accade oggi, una forte accelerazione. Il mondo arabo, sono gli indiani d'America di allora? Se è così sappiamo già come andrà a finire. Che l'occidente sia più avanzato tecnologicamente lo sa benissimo anche Bin Laden! E allora? Loro sono più bravi di noi a vivere nel deserto e consumano la centesima parte delle risorse del pianeta che consumiamo noi occidentali. Bin Laden e gli estremisti islamici vogliono difendere la loro civiltà dagli attacchi della globalizzazione. Se è vero che la cultura islamica non si è evoluta nel tempo come le altre, si può ben capire perché il confronto fra esse, imposto dal sistema globale ne possa determinare la dissoluzione. Le donne in fabbrica, negli ospedali, al cinema e in televisione, a scuola ad insegnare; ma ve lo immaginate? Roba da far saltar per aria tutto! Bin Laden questo lo sa e allora ripristina l'islamismo più ortodosso e lo impone dove può. Non solo, nonostante le grandi disponibilità finanziarie determinate dal petrolio, il mondo arabo è quello che meno di tutti ha goduto dei benefici della globalizzazione. Si pensi alle nazioni del sud-est asiatico e la stessa Cina che registrano una crescita del loro PIL che supera il 10% annuo. I proventi del petrolio vengono invece investiti nei paesi che la globalizzazione la condividono. E' una contraddizione? Può darsi, ma non vi sono alternative. Anche l'emigrazione è una conseguenza della globalizzazione e, molti islamici vengono attratti dalle civiltà "infedeli". E' una contraddizione anche questa? Si e no. Se l'immigrato Se invece viene integrato dalla cultura del paese ospitante, così come accade in Francia, e allora l'immigrato diventa un traditore della causa islamica. Questo spiega perché ci capita di vedere, da un po' di tempo a questa parte, sui marciapiedi di Milano, plotoni di musulmani in ginocchio in direzione della Mecca; questo spiega perché, dopo gli Stati Uniti, i paesi che più devono temere l'integralismo islamico sono l’Inghilterra e la Francia. Bin Laden è dunque una tuta bianca e, come tutte le tute bianche, utilizzerà gli strumenti mediatici della globalizzazione per comunicare con i propri seguaci, pronto a diventare tuta nera quando deve colpire il nemico, con decisione, senza limiti morali alla ferocia delle sue azioni, certo com'è delle sue verità della missione che la storia, o meglio, Allah gli ha affidato. Avrà successo? Umberto Galimberti è convinto di si. Nel suo libro, “Il tramonto dell’occidente”:“Sta forse giungendo a compimento il senso espresso da più di duemila anni dalla nostra cultura che, come dice il nome, è occidentale, cioè serale, avviata ad un tramonto, ad una fine. L’ evento occidentale è sempre stato presso la sua fine, ma solo ora, con Nietzsche, e poi con Heidegger e Jaspers, comincia a prenderne coscienza. Ma che cosa davvero finisce proprio oggi quando sembra che tutto il mondo insegua senza esitazione la via occidentale, fino ad annullare la specificità che finora ha reso riconoscibile l’Occidente e soprattutto la sua distanza dall’Oriente? Finisce la fiducia che l’Occidente ha riposto nella sua via, perché, dopo averla percorsa, ne ha avvertito l’essenza nichilistica che fin dall’inizio l’animava. Nichilismo significa che l’essere è niente, o è pensato e trattato come se fosse niente. Lo stesso disinteresse che oggi l’uomo occidentale rivela nei confronti del problema del senso dell’essere, rispetto per esempio al problema dei valori, della vita, del mondo, della storia, di Dio, dimostra che continua non a misurare, ma ad essere misurato dal nichilismo, ossia dalla persuasione che l’essere in sé è niente, perché è qualcosa solo nell’ente che vale, che vive, che è utile, che diviene, che è causa di altri enti o di tutti gli enti.” Esiste la possibilità di salvezza per l’Occidente? Galimberti lascia aperte le porte della speranza: “Se l’Occidente ignora il senso epocale della sua epoca e non si rende conto che il suo tempo è il tempo in cui l’essere si trattiene in sé, compie l’errore di cercare la verità tra gli enti manifesti, nella noncuranza dell’essere nascosto. L’essenza di questo errore è l’errare tra gli enti dimentichi del mistero dell’essere.” “Il mistero, ci ricorda Heidegger, consiste nel fatto che l’essere, presentando l’ente, si sottrae per consentire a quest’ultimo di apparire e, sottraendosi, si custodisce nella sua verità. Il mistero contiene quindi la verità dell’essere, la cui dimenticanza determina il volto nichilistico dell’Occidente e dischiude la via del suo tramonto.” “L’idea di Dio è il primo grande evento che caratterizza la storia dell’ oblio dell’essere” Ecco il senso autentico della nostra missione: “salvare l’occidente dalla dissoluzione consentendo all’essere di apparire attraverso la riconquista del territorio del mistero rinunciando alla certezza dell’ ente supremo che ponendosi fuori dall’essere ne determina l’oblio. “ Penso alla diffusione del marxismo utopico di Bloch in cui l’elemento utopico viene assunto proprio dalla religione oltre che da arte e filosofia. Secondo Bloch la sintesi fra teoria e prassi è conciliata dall’ottimismo militante e dall’ontologia del non-ancora e della coscienza anticipante. Neanche gli americani, che pure hanno salvato l’Europa dal Nazismo, sono in grado di proporre un modello che possa far risorgere l’Occidente. L’America, quella che poteva salvarci, è morta con la morte di John Fitzgerald Kennedy. L’idea di un capitalismo buono è tramontato come è tramontata l’esperienza del comunismo sovietico. L’ idea degli ex comunisti Russi era quella di tentare la via del comunismo italiano che sempre si era distinto da quello sovietico per la maggiore attenzione al rispetto dei diritti umani e alla condivisione del gioco democratico. Attraverso l’occupazione della chiesa e delle sue strutture, il comunismo dal volto umano, si doveva sviluppare partendo dall’Italia per diffondersi in tutto il mondo così come la globalizzazione strava diffondendo il made in Italy. Bisognava pensare ad un nuovo vessillo. La bandiera rossa non si metteva in discussione, ma la falce e martello aveva fatto ormai il suo tempo e quindi occorreva trovare un nuovo simbolo che rappresentasse questo nuovo corso politico. Alla riunione appositamente convocata per discutere di questo problema, vennero fuori le proposte più assurde. La più simpatica fu proposta dal segretario della federazione di Napoli che voleva una bandiera rossa con in mezzo una bella pizza margherita, simbolo dell’Italia nel mondo. Alla fine si decise di adottare una bandiera come quella americana, con lo sfondo rosso al posto delle strisce e i colori della pace al posto delle stelle. |
| < Prec. | Pros. > |
|---|







































