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L' arte dei giardini e il paesaggio PDF Stampa E-mail
riflessione estetica 

I giardini della Provenza assurgono, nel tempo, a grande dignità estetica e, in una certa qual misura, rappresentano una sintesi di tutta la storia dell'arte  espressamente  legata a questo peculiare settore. Va comunque precisato che la bellezza e l’armoniosa perfezione di questi giardini, nel corso dei secoli, è stata condizionata dalla più vasta e titolata concezione estetica dell'arte e si può sostenere che, attraverso l’affermazione dei canoni  del gusto,  si ha una testimonianza della partecipazione attiva della regione alla evoluzione della cultura occidentale.  Giardino e paesaggio, in rapporto dialettico tra definito e illimitato (quadro e cornice), tra metonimia e metafora, sono entrambi oggetto di specifica contemplazione: il primo come prodotto dell'uomo che rappresenta metaforicamente l'ideale del paesaggio assoluto e, come parte di esso, metonimicamente rappresenta la natura; il secondo a sua volta, in quanto lo si  consideri dal punto di vista estetico, e se ne vagheggi di conseguenza un’ideale perfezione (il giardino dell’Eden) tende a configurare in sé il giardino come ‘originarietà’ della natura antecedente ogni produzione umana, e modello per tutte le attività che comunque intendano portare nel nostro mondo un ordine post-naturale (costruito) siano esse utilitarie, per la loro intenzionalità fondante, come l'agricoltura e l’urbanistica, oppure siano esse disinteressate, cioè  legate all’estetica allo stato puro,[30] come appunto il giardinaggio, in quanto arte situata al limite tra  l’espressione mirata dell’agricoltura e le esigenze più evolutive e variegate dell’urbanistica. Rosario Assunto definisce: Il paesaggio assoluto come giardino assoluto, il giardino assoluto come paesaggio assoluto: coincidenza totale, di quello che nel paesaggio è idea e di quello che è in esso realtà: l’assolutezza del giardino configurandosi nel paesaggio come assoluta realtà dell’idea, mentre l’assolutezza del paesaggio si configura come assoluta idealità del reale.  Coincidenza, in ogni caso, di idea e di realtà, come avevano visto Goethe, Schiller e i suoi amici di Jena.[31] Goethe[32]  sostiene che la natura è un elemento dinamico, in perenne trasformazione e ogni cosa, nel mutarsi delle forme indica ciò che è stato prodotto e ciò che si sta producendo. Goethe usa espressamente il termine “Bildung” caricandolo del significato del processo evolutivo e dell’esito raggiunto a un certo punto. Inoltre riscontriamo, da parte del grande scrittore, una considerazione di stampo filosofico in quanto  oppone il simbolo all’allegoria poiché trasforma il fenomeno in concetto, il concetto in immagine ma in modo che l’immagine debba essere sempre considerata circoscritta come in un giardino.Anche Schiller[33] attribuisce un ruolo determinante all’educazione estetica, rivestendola addirittura di grandi significati pedagogici, ma per lui la natura è in conflitto con l’idea di libertà dal momento in cui le leggi naturali si scontrano con la libertà dell’individuo. (Anche se il pensiero schilleriano deriva chiaramente dalla stessa lezione morale di Kant, sarebbe impossibile tracciare un qualsiasi parallelo tra i due in quanto Schiller, a differenza di Goethe e di Kant, ha una visione chiaramente poetica e infinitamente legata alla inesprimibile sensibilità dell’artista).Definita la coincidenza fra idea e realtà nel paesaggio assoluto Rosario Assunto prosegue:  Dalla parte dell’idea, nel giardino, che è realizzazione assoluta dell’idea di paesaggio, secondo che volta per volta la cultura ed il gusto la concepiscono; dalla parte della realtà, nel paesaggio; nella esteticità del quale il reale in quanto tale risponde all'idea che della sua perfezione si fa una certa cultura, un certo gusto, secondo la determinazione della categoria estetica che esso riconosce come propria teoria del bello, e quindi come predicato del giudizio, e misura di valutazione.[34] …Il paesaggio assoluto, dunque, come paesaggio la cui naturalità ha tutta l’apparenza dell’arte, e sembra il risultato di un ingegnoso artificio che abbia voluto identificare bellezza e utilità: nel senso che ciò che è utile sembra fatto soltanto per bellezza, mentre ciò che è bello, è, in quanto bello, l’utile stesso, e non una sua negazione o trascendimento dell’utile.  Paesaggio ideale come giardino, coincidenza totale della realtà e della idea che viene vagheggiata come modello di ogni paesaggio reale;. la bellezza dei paesaggi reali essendo sempre somiglianza all’ideale paesaggio-giardino, che mitologia e poesia hanno collocato all’origine di tutti i paesaggi: all’origine e alla fine, in una redenzione definitiva della terra. Una sorta di archetipo insieme del paesaggio e del giardino: l’Eden di cui troviamo una delle più esaurienti raffigurazioni poetiche nel libro quarto del Paradiso Perduto di Milton.”[35] Una trattazione specificamente dedicata all’arte dei giardini esorbiterebbe, però, dal nostro presente campo di ricerca  dove si deve analizzare il giardino in quanto parte del paesaggio in cui si teorizza e si realizza l’intervento umano che, ordinando la natura come tale, ne fa oggetto di una contemplazione di forme attraverso la quale si raggiunga un processo conservativo che è appunto ciò di cui questa tesi si occupa.In sintesi possiamo affermare che, la giustificazione dell’apprezzamento estetico del paesaggio, proprio attraverso la mediazione del giardinaggio  si configura in modo analogo a quella relativa all’apprezzamento estetico degli oggetti d'uso. La funzione d’uso di un giardino e, per estensione, di un paesaggio, è il godimento estetico che se ne ricava dalla sua contemplazione; in questo senso Hegel riteneva qualitativamente inferiore il giardino all’inglese rispetto a quello francese più rispondente alla sua concezione di arte dei giardini intesa come architettura applicata. Non diverso dal giardino è, da questo punto di vista, il paesaggio naturale: una esibizione intenzionale della natura come oggetto di contemplazione e di apprezzamento estetico.Apprezzamento estetico che impone però la definizione e la messa a valore del concetto di bello. Occorre perciò ripercorrere la storia dell’arte dei giardini per verificare come il concetto del bello si è evoluto nel tempo e l’arte dei giardini può essere vista come una testimonianza dei modi di vedere e giudicare esteticamente il paesaggio naturale. La determinazione della categoria estetica che una cultura realizza nei propri giardini è anche il criterio in base al quale quella stessa cultura giudica il paesaggio naturale. Una testimonianza importante furono nell’antichità i giardini mesopotamici (a Ninive, Babilonia, ecc.): in particolare, i giardini pensili (cioè eretti su ampie terrazze sopraelevare, sostenute da colonne e da volte) furono considerati una delle sette meraviglie del mondo.  Giardini esistevano anche presso gli Egizi, i Cretesi e i Greci. I Romani coltivarono dapprima orti  a carattere utilitario, ma dopo le guerre Puniche introdussero il giardino a scopo ornamentale.  Ne furono creati in tutte le grandi ville suburbane e provinciali; in Roma stessa furono celebri gli orti di Silla, di Lucullo, di Sallustio, e, più tardi, quelli di Mecenate e di Nerone. I giardini romani di dimensioni minori erano di solito sistemati in forme geometriche. I mussulmani edificarono in Asia Minore, nell’Africa del Nord e in Spagna giardini sontuosi, estremamente curati e arricchiti di complessi sistemi di giochi d'acqua: celebri i giardini dei palazzi imperiali di Costantinopoli, la Casa dell’albero a Bagdad, i giardini dello scià ad Ashrab e dell’Alhambra di Granada in Spagna.  La Cina e il Giappone vantano i più antichi giardini di cui si abbia conoscenza.  Si tratta di solito di un "paesaggio concettualizzato", che riproduce nella disposizione degli elementi ornamentali l’immagine del cosmo secondo la dottrina taoista.  Nel medioevo i giardini erano costituiti per lo più da chiostri e corti fiorite, con pozzo o fontana al centro. Per il platonismo medioevale, il giardino chiuso rappresentava l’idea archètipa della natura, la bellezza assoluta di una natura incorrotta, incarnazione dell’Idea, della quale i paesaggi erano un semplice riflesso. La bellezza realizzata nel giardino è la bellezza ideale che si manifesta con ordine, eleganza, simmetria, segno dell’intelligenza dell’uomo e della perfezione divina.[36] La storia dell’arte dei giardini ci porta poi attraverso i giardini del Boccaccio in cui la grazia amorosa diventa profana. A tale proposito Francesco Fariello[37] parla del giardino trecentesco  di Villa Palmieri della terza giornata del Decamerone. L’idea di bellezza diventa qui la cristallizzazione della natura della campagna toscana del trecento. In epoca rinascimentale i giardini dei palazzi principeschi ebbero carattere prevalentemente architettonico, con aiuole simmetriche delimitate e decorate da bossi e altre piante sempreverdi, tagliate e disposte in un disegno geometrico; scalinate, fontane e statue completavano la decorazione.  Celebri sono i giardini del belvedere in Vaticano, eretti su disegno del Bramante, quelli di Villa Madama, su disegno di Raffaello, e quelli della Farnesina.  Questo tipo di giardino, detto all’italiana,  si sviluppò durante tutto il Seicento, quando assunse dimensioni più vaste, prendendo talvolta il nome di parco, come nelle ville Aldobrandi  Ludovisi, Falconieri e Montalto di Roma.  Nel 1700 si diffuse la moda del giardino alla francese, derivato dal giardino italiano del 1600 e dotato del caratteristico "parterre": Versailles in Francia e Hampton Court in Gran Bretagna ne sono esempi significativi.  Durante il Romanticismo prevalse il gusto del giardino inglese, che riproduceva artificialmente la natura con rocce, cascate, laghetti e alberi scelti per creare macchie contrastanti di colore. Fu, secondo Augusto Schlegel, una degenerazione di quella spontaneità delle forme naturali che nel corso del secolo XVIII si venne accreditando contro la voga dei giardini nei quali la natura si mostrava comunque addomesticata dall'intervento umano.  Del pari è noto che questi giardini considerati pittorici, per contrapporli a quelli architettonici, presero in Europa il nome di giardini all'inglese e lo conservano tuttora, perché in Inghilterra, per opera di William Kent, Launcelot Brown detto « Capability » e altri architetti paesaggisti, raggiunsero la massima perfezione.  Altrettanto nota è la connessione della teoria dei giardini all’inglese con l’estetica del pittoresco e con quella del sublime.  Dei numerosi saggi che sull’argomento furono scritti, quello di H. Walpole “ On modern gardening “[38]  esponeva nei termini più precisi i concetti fondamentali della interpretazione estetica della natura.Kent, scriveva il Walpole nel 1771, fu abbastanza pittore per apprezzare le attrattive del paesaggio, per accorgersi  che tutta la natura era un giardino.  Egli avvertì il delizioso contrasto di alture e avvallamenti che in modo impercettibile si alternavano, apprezzò la bellezza delle dolci convessità e concavità del suolo, e notò come boschetti incolti con felicità di ornamento coronino un tondeggiante rilievo, spostando e allargando la prospettiva in illusorio confronto, perché invitano a guardare in lontananza frammezzo ai loro tronchi attraenti.  Gruppi di alberi interrompevano un prato troppo uniforme o troppo esteso; sempreverdi e boschi facevano contrasto alla uniformità della campagna.  Ma di tutte le bellezze che egli aggiunse all'aspetto della nostra bella campagna, nessuna superò il modo come egli disponeva le acque. La  corrente veniva guidata in modo tale che serpeggiasse a suo piacimento.Così, non altro avendo sott’occhio se non i colori della natura e percependo le sue fattezze più invitanti, uno vedeva schiudersi dinanzi agli occhi come una nuova creazione, il paesaggio veniva ingentilito ma non trasformato.Addison proclamava la propria preferenza per il giardinaggio che lascia la natura libera di crescere secondo la propria spontaneità, e non deforma gli alberi in coni, globi e piramidi.[39] Il giardino inglese rispecchiava dunque la condizione del popolo britannico che aveva conquistato la libertà, viveva in una società tollerante ed operosa al contrario di quello francese schiacciato dalla monarchia assoluta. Nell’Ottocento prevalse il giardino pubblico inserito in un contesto urbanistico, si svilupparono infatti gli orti botanici e i giardini zoologici.In Provenza ci sono 28 parchi e giardini  aperti al pubblico e rappresentano la sintesi della storia dei giardini di Francia dal XVII secolo ad oggi.[40]    Molto di questo patrimonio è andato distrutto nelle due guerre mondiali e ciò che è rimasto è stato affidato alla tutela  della Fondazione dei Parchi di Francia che, grazie al contributo economico di Istituti di Credito francesi, sta riportando, questo grande patrimonio paesaggistico agli antichi splendori.       

 
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