| Che cos' è il nazionalismo |
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La nascita delle nazioni
Hanno ottenuto il loro scopo: l’hanno abbattuto. Ma tu, Irlanda, ascolta, il suo spiritopotrà risorgere, come fenice dalle fiamme, quando spunterà l’alba del giorno, del giorno che ci porterà il trionfo della Libertà. E in quel giorno possa l’Irlanda benracchiudere nella coppa che innalzerà alla gloria un solo dolore: il rimpianto di Parnell”.75 Così termina la poesia recitata da Hynes in Gente di Dublino di Joyce; un’ironica esaltazione dello spirito nazionalistico irlandese incarnato da Charles Stewart Parnell, leader indiscusso del partito autonomista. Citiamo Joyce a proposito di nazione e nazionalismo perché riteniamo che il nazionalismo irlandese e quello serbo rappresentino oggi due diverse espressioni di uno stesso fenomeno che interessa la storia dell’Europa. Al nazionalismo serbo, portato oggi alle conseguenze estreme da un Capo di Stato: Milosevic che, per conservare il suo potere, fa appello all’odio e al risentimento nei confronti di cittadini della sua stessa nazione, si contrappone il nazionalismo irlandese che per anni ha combattuto una inutile battaglia contro gli Inglesi dell’Ulster seminando lutti e sofferenze ma che oggi ha imboccato la difficile strada della convivenza e della tolleranza, anche se eventi gravissimi si sono verificati anche recentemente. Joyce da sempre aveva rinunciato a schierarsi a favore dell’una o dell’altra fazione in lotta, proponendo una terza via che aspirava all’affermazione della cultura irlandese non più in senso nazionalistico, ma inserita in un contesto europeo, in una dimensione universale proprio come è accaduto alla sua opera letteraria. I drammatici eventi di guerra dei giorni nostri che insanguinano la Iugoslavia richiedono una riflessione attenta ed equilibrata sul significato di nazione e di nazionalismo in nome dei quali si sacrificano migliaia di vite umane e si compiono le azioni più orrende.Con il termine di nazione s’intende un popolo che condivida un territorio, usi, costumi, tradizioni, mito dell’origine, lingua, cultura, religione, economia, storia, senso di appartenenza e di solidarietà. L’idea di nazione, così come viene concepita oggi, trova le sue origini nel Romanticismo e in particolare in Rousseau. Lo storico valdostano Chabod, durante una lezione universitaria, tenuta nell’anno accademico 1943-44, attribuisce al pensatore ginevrino un nazionalismo di tipo spirituale e politico in quanto il senso di individualità storica si identifica con il senso di nazionalità, e la legge che regge una nazione è quella che regna nel cuore dei cittadini. Chabod distingue infatti la nazione che deriva da natio-onis dalla entità medioevale di gens, che ha un significato più etnico che politico. Una distinzione che appartiene innanzitutto al sentimento di ogni singolo individuo che da suddito si trasforma in libero cittadino di un libero Stato. La nazione di Rousseau nasce dalla volontà del cittadino, titolare del diritto inalienabile della libertà individuale, che stipula un Contratto sociale con tutti coloro che concorrono alla formazione di una volonté générale generatrice di una legge condivisa.76 Il libro primo, infatti, comincia così:: “Je veux chercher si dans l’ordre civil il peut y avoir quelque règle d’administration légitime et sûre, en prenant les hommes tels qu’ils sont, et les lois telles qu’elles peuvent être”.77 Il tema del rapporto fra cittadino e Stato venne affrontato, con posizioni diverse e, a volte contrastanti, da Hobbes, Spi
noza, Locke e molti altri illuministi che si sono espressi sui diritti dei cittadini e sul diritto da parte di un organo sovrano di imporre le leggi. Hobbes, nel Leviatano, propone una visione meccanicistica e autoritaria dello Stato, in cui la ragione dell’obbedienza non sta nella cosa comandata, ma nella forma del comando stesso in quanto espressione della volontà del sovrano. Locke, invece, con i due Trattati sul governo civile, critica l’assolutismo ed elabora una teoria liberale, affermando che il fondamento dello Stato si basa sul consenso dei suoi membri. Spinoza, nel Tractatus politicus, disserta sulle varie forme di governo e dà anche indicazioni sul numero dei componenti gli organismi rappresentativi, sulle loro funzioni e persino sugli emolumenti da corrispondere loro: Ai sindaci che hanno il compito, come abbiamo detto, di vegliare affinché il diritto istituito dal potere rimanga inviolato, vanno pertanto assegnati emolumenti nel modo seguente: ciascun capofamiglia che risiede nello Stato, deve essere tenuto a versare ogni anno ai sindaci una moneta di poco valore o la quarta parte di un’oncia di argento, in modo che essi possano conoscere il numero di abitanti e così sapere quale parte è rappresentata dai patrizi”78 Herder, invece, uno dei massimi teorici delle nazioni del ‘700, riconosceva nella lingua l’elemento unificante delle nazioni, in quanto portatrice del carattere, del modo di pensare e di agire di un popolo. Una sottolineatura, quest’ultima, molto importante perché la lingua rappresenta, se pur in modo non esclusivo, l’elemento più evidente di diversità e il principale elemento di discriminazione. Questo dato viene confermato dal fatto che, ove una comunità non abbia potuto esprimere compiutamente il proprio sentimento nazionale attraverso la costituzione di uno Stato, nel riconoscersi minoranza, combatte per la tutela della propria lingua e per la sua diffusione all’interno delle istituzioni. Kant intravedeva nell’antagonismo tra gli uomini le ragioni della civilizzazione, ma anche il motivo di conflitto tra i popoli, prefigurando una sorta di confederazione tra gli Stati, all’interno dei quali, i diritti di ciascun membro fossero tutelati dalla legge. Kant si era preoccupato di individuare i caratteri psicologici dei popoli, argomento ripreso in seguito dagli antropologi Mead e Benedict, ma con risultati poco convincenti sotto il profilo scientifico. Con Hegel lo spirito del popolo si “incarna” nello Stato e in esso si realizza l’identità “tra un io che è un noi ed un noi che è un io”79. Abbiamo fin qui accennato, in modo certamente non esaustivo, al dibattito che, con l’Illuminismo, si è sviluppato intorno all’idea di nazione e di stato, alla loro giustificazione in relazione ai diritti del singolo cittadino e al riconoscimento dello stesso quale soggetto attivo della società. L’Illuminismo ha indagato sulle ragioni della coscienza nazionale, mentre il Romanticismo ha edificato l’ideologia dello Stato nazionale. La Rivoluzione Francese, che aveva trasferito la rappresentanza del bene collettivo dal Re alla borghesia, ha fatto emergere il problema del consenso politico necessario al mantenimento dello Stato; consenso che andava ricercato, appunto, in una forte identità nazionale costruita attraverso la rielaborazione, in chiave mito-simbolica, della cultura tradizionale. Non a caso, infatti, la letteratura romantica è intrisa di sentimenti patriottici, del mito dell’eroe ma anche di una appassionata ricerca delle origini: il Walhalla,80 la poesia dei bardi, i racconti di Ossian, la ricerca dei legami storici ed emotivi con il proprio territorio che realizza una inscindibile identità fra senso di individualità storica e senso di nazionalità. Sono i temi che ritroviamo nella poesia di Lord Byron:Ombre dei defunti! Non ho forse sentito le vostre voci sorgere dal respiro della bufera che avvolgeva la notte? Sicuramente l’anima dell’eroe gioisce A cavallo del vento della sua valle della Highland: intorno a Loch na Garr, mentre la foschia s’addensa tempestosa, l’inverno primeggia nella sua vettura ghiacciata nubi, là, cingono l’immagine dei miei Padri, dimorano nelle tempeste del tenebroso Loch na Garr:81 Lord Byron richiama anche alla mente le battaglie per la liberazione del popolo greco dal dominio dei Turchi e lo scalpore che fece in Europa l’esilio volontario dei cittadini di Parga che, abbandonati al loro destino dagli Europei, scelsero la via dell’esilio dopo aver bruciato le ossa dei loro morti. Numerosi furono i poeti e gli scrittori che denunciarono questo grave atto politico, fra questi, il Berchet che scrisse la poesia: “I profughi di Parga”82 E’ un episodio che ci riporta alla guerra della NATO contro la Serbia e alla deportazione degli Albanesi del Kosovo. Il nazionalismo intransigente dei Serbi costringe migliaia di cittadini a diventare profughi e ad abbandonare case, lavoro ed affetti.Se la filosofia e la letteratura hanno contribuito alla formazione dell’impianto ideologico delle nazioni, non v’è dubbio che le ragioni pratiche della loro presenza nella storia vadano ricercate nell’economia e nei suoi modelli rappresentativi. L’affermazione delle società industriali e mercantili è stata favorita dalla presenza di stati sempre più grandi e ben organizzati. Il colonialismo si è affermato in quegli stati forti e ben armati, capaci di confrontarsi con le altre potenze coloniali e di difendere i propri interessi. Italia e Germania, che hanno raggiunto l’unificazione nazionale più tardi, hanno realizzato la loro politica di espansione coloniale in ritardo rispetto alle altre nazioni europee.83 L’idea di nazione quindi, così come viene posta, assume due connotazioni: una legata alla spontaneità, ai sentimenti dei suoi componenti, e l’altra, più ideologica, dove le competenze economiche, tecnologiche, politiche e culturali vengono confuse con il sentimento nazionale. Da ciò deriva il sentimento di esaltazione dello stato nazionale che viene appunto definito nazionalismo. Il nazionalismo, nella società industriale, rappresenta anche uno strumento di affermazione commerciale ed economica e al tempo stesso uno strumento di difesa contro l’espansionismo economico degli altri Stati. In alcuni casi il concetto di nazione assimila anche l’idea di acquisizione di vantaggi economici individuali che si realizzano attraverso il compimento della nazione in uno Stato. Queste aspettative, dopo la caduta del comunismo nei paesi dell’ex Unione Sovietica, hanno consentito la riorganizzazione degli Stati preesistenti ad esso, alimentando in molti il timore che il nazionalismo possa riemergere e ripetere i danni che nazismo e fascismo hanno arrecato all’umanità. Non siamo in presenza di un rigurgito nazionalistico, anzi, se consideriamo che il sentimento patriottico va sempre più affievolendosi nel cuore dei cittadini, gli atti di eroismo e la voglia di morire per la patria, per fortuna, albergano nel cuore di esigue minoranze, dobbiamo concludere che la passione nazionalistica, nonostante le apparenze, va sempre più attenuandosi. Il fenomeno è ancora presente tra i popoli che hanno una cultura etnocentrica, dove il valore della vita è molto basso e dove gli scambi con le altre culture sono limitati.Smith ed Anderson hanno fondato le loro teorie sul revival etnico e sul rigurgito nazionalistico, su un postulato non vero: Che cosa induce gli individui ad amare le nazioni, a morire per esse, ad odiare ed uccidere in loro nome? In questa domanda è contenuta un’affermazione non dimostrata e cioè, che oggi vi siano popoli interi disposti a morire per la patria. Chi volesse documentarsi su quanto la gente sia e fosse disposta a morire per un ideale nazionale, deve solo andare a verificare quante furono le diserzioni dei soldati nella Prima e Seconda Guerra Mondiale e quanti soldati sono stati spinti a combattere con un fucile puntato alla schiena. Questo accadeva quando il nazionalismo era all’apice. Oggi, che gli eserciti sono composti da professionisti ben pagati, che i giovani preferiscono l’obiezione di coscienza alla leva obbligatoria, sembra azzardato andare a fondare delle teorie su un postulato così discutibile. Diverso invece è l’atteggiamento delle élites politico-militari che spesso, servendosi del sentimento nazionale, riescono a far convergere le masse su obiettivi che non nobilitano affatto la nazione che li persegue. Ciò accade soprattutto in quegli Stati dove gli effetti della globalizzazione dell’economia non si sono ancora fatti sentire. Il mercato globale punisce con l’isolamento chi si oppone alle sue regole, e tra le sue regole c’è la negazione dei nazionalismi. L’identità culturale, se non persegue l’isolamento, viene premiata dalla globalizzazione che la acquisisce al patrimonio collettivo garantendone la sopravvivenza.Ernest Gellner, uno dei più citati esperti in materia, avverte di non sopravvalutare la forza del nazionalismo:Ma il nazionalismo non è il risveglio e l’affermazione di mitiche unità che si vogliono date e naturali. Al contrario è la cristallizzazione di nuove unità, adeguate alle condizioni prevalenti, anche se chiaramente esse usano come loro materia prima le eredità storiche, culturali e altre del mondo pre-nazionalista.84 Per Gellner il nazionalismo, una creazione del mondo moderno, è fondato sulla coincidenza tra unità politica e unità nazionale. Questa unità può essere violata in diversi modi:- i confini politici dello Stato non includono tutti i componenti della nazione,- i confini politici possono non incorporare i componenti nazionali e includerne alcuni non nazionali,- uno Stato non può vantarsi della propria condizione di Stato monoetnico,- i governanti dello Stato non appartengono alla nazione di cui fa parte la maggioranza dei cittadini. Quest’ultimo caso é, secondo Gellner intollerabile per i nazionalisti.Queste sono anche le ragioni, insieme al fenomeno migratorio, della formazione di minoranze all’interno degli Stati, minoranze che possono rapportarsi alla cultura ospitante in quattro modi diversi:85 - Resistenza alla assimilazione - Disposizione alla assimilazione- Incapacità di adattamento- Condivisione della doppia etnicità L’affermazione di una condizione rispetto ad un’altra dipende anche dall’atteggiamento della cultura maggioritaria che, attraverso il suo ordinamento legislativo, è in grado di orientare le scelte della minoranza nell’una o nell’altra direzione. Hobsbawm ha condotto un’indagine storica sulla definizione di nazione e sostiene che, fin dalla Rivoluzione Americana, vi fosse un’identità sostanziale fra Stato e nazione; identità che rimase presente poi nelle locuzioni di Stati-nazione e Nazioni Unite. Il nazionalismo della Rivoluzione Francese, invece, non poteva fare appello alla unità della lingua o della etnia, visto che Guasconi, Alsaziani e Provenzali parlavano lingue diverse, ma ciò non impedì ai rivoluzionari di imporre a tutti la lingua e la cultura della Rivoluzione Francese.D’altro canto anche gli Inglesi non hanno mai costruito il loro nazionalismo su una matrice culturale e linguistica comune, semplicemente perché non c’era e non c’è tuttora; ciononostante, il nazionalismo inglese non è stato meno forte e presente di quello tedesco e francese. Secondo Hobsbawn, le distinzioni etniche erano importanti prima della formazione delle nazioni moderne, quando non era difficile trovare una popolazione omogenea dal punto di vista etnico.86 Per quanto riguarda i nazionalismi di fine secolo, Hobsbawm afferma che sono nazionalismi negativi perché tendono più alla frammentazione dei popoli che non alla loro unificazione, in accordo con quanto abbiamo affermato nel primo capitolo, quando abbiamo indicato nella regionalizzazione uno degli effetti della globalizzazione. Un fenomeno che tende a ridurre le competenze degli stati dimensionati sulle esigenze della società industriale. Infatti, se analizziamo la storia recente, vediamo che in Cecoslovacchia, in Iugoslavia e in Unione Sovietica si sono attivati dei processi di disgregazione nazionale che hanno portato alla formazione di Stati più piccoli, ma non necessariamente più omogenei dal punto di vista etnico. La caduta del comunismo ha determinato una grave crisi economica in questi Paesi che ha messo in luce gli squilibri territoriali delle economie centralizzate. In Iugoslavia, ad esempio, l’apparato burocratico e l’esercito erano composti prevalentemente da Serbi e questo ha determinato forti contrasti con gli altri popoli della comunità iugoslava. Anche in Italia, le più forti argomentazioni della Lega Lombarda risiedono nel fatto che gli insegnanti, gli impiegati pubblici, i prefetti e i carabinieri che operano nel nord dell’Italia, provengano quasi tutti dalle regioni meridionali. Se questa presenza fosse più equilibrata certamente queste problematiche non avrebbero acceso gli animi in favore del nazionalismo padano. Se in Parlamento vi fossero solo rappresentanti del nord, potremmo mai attribuire la qualifica di nazionalisti ai cittadini del Sud che rivendicassero una giusta presenza in Parlamento? L’istanza indipendentista o autonomista si ammanta solo apparentemente di motivazioni nazionaliste; in realtà prevale la convinzione che se non ci si libera del fardello parassita, ereditato dal passato, non vi possa essere progresso e un futuro migliore. Dalla parte opposta, l’appello alla unità nazionale è ancor più strumentale, dal momento che vi si ricorre per non perdere il potere e i vantaggi acquisiti. Le differenze linguistiche e religiose in Iugoslavia sono sempre state accettate e tollerate. Il serbo-croato, lo sloveno e il macedone erano riconosciute come lingue ufficiali. Il Kosovo, composto prevalentemente da Albanesi, dopo aver perso l’autonomia territoriale nel 1989, ha tentato, fin dall’inizio degli anni ‘90, di percorrere la strada della autonomia e poi della indipendenza dalla Serbia. L’assenza della componente albanese nell’apparato politico-amministrativo, la separazione degli studenti di etnia albanese a scuola, le difficoltà poste agli stessi di frequentare l’università, la presenza oppressiva dei soldati serbi hanno sempre più evidenziato la sottomissione della popolazione di etnia albanese. Dal 1988 la popolazione del Kosovo ha intrapreso il doloroso cammino per sottrarsi al dominio serbo, un cammino pieno di incertezze che ha visto i Serbi impegnati nella frantumazione di questa entità territoriale e alla dispersione dei profughi kosovari nel mondo.Secondo Hobsbawm, questo tipo di nazionalismo, definito etnico, è meno pericoloso del nazionalismo chiamato fondamentalista perché quest’ultimo, a differenza del primo, “fornisce un programma concreto e dettagliato sia all’individuo, sia alla società, anche se poi, in quanto tratto dalla tradizione e dagli antichi testi, non risulta di così facile applicazione sullo scorcio del XX secolo ormai al tramonto.”87Nonostante le apparenze, noi continuiamo a sostenere che l’elemento di distinzione etnica tra i popoli non sia la vera causa che determina i lutti e le disgrazie dei giorni nostri. Dello stesso avviso è anche Kellas, docente di Scienza politica all’università di Glasgow, quando afferma, nel saggio Nazionalismi ed etnie che l’idea del nazionalismo e l’idea di nazione-stato non sono necessariamente basate sull’etnicità ma sulla volontà degli individui di riconoscersi in una cultura condivisa. Kellas sostiene anche che le distinzioni etniche tendono ad emergere quando si attenuano le differenze di classe.88 Quest’ultima, a nostro giudizio, è una affermazione poco condivisibile in quanto attribuisce al popolo un ruolo passivo: quello di una massa senza testa che per stare unita ha bisogno di un polo di attrazione ideale. Si può anche stare insieme perché si è convinti che in un certo posto, insieme a certa gente, si possa raggiungere lo scopo di vivere in pace senza dover aderire per forza ad un progetto totalizzante. Il legame nazionale, che si attenua molto tra le generazioni successive a quella emigrata all’estero, si presenta come una forza di inerzia rispetto al cambiamento, inerzia dovuta all’abitudine ai luoghi, ai suoni familiari, ai cibi e agli odori del luogo di origine e ovviamente agli affetti. Sono “i tesori” che l’emigrante perde partendo e che sintetizza nel mito della patria lontana. Altri studiosi hanno elaborato teorie sul nazionalismo. Di qualche interesse è la teoria di Anderson che analizza il percorso psicologico che porta un uomo a sentirsi parte di una nazione. La teoria di Hechter sviluppa la teoria del colonialismo interno, secondo la quale, gli scambi tra gruppi etnici all’interno di uno stato non determinano una unità etnica ma determinano spesso zone di emarginazione dove si sviluppa un colonialismo interno che alimenta l’insorgenza di istanze nazionalistiche. Molto interesse ha suscitato la recente opera di John Breuilly, docente di Storia all’università di Manchester, che ha condotto un’indagine generale sul nazionalismo come mai era stato fatto prima. Lo dichiara l’autore stesso nella prefazione all’opera: Vi erano indagini cronologiche di ampio respiro che consideravano il nazionalismo come uno dei tanti aspetti della storia moderna. Ma queste indagini non riuscivano ad illuminare i contesti specifici che generavano il nazionalismo. Il nazionalismo può essere moderno, ma la modernità non è il nazionalismo.”89 Il nazionalismo viene inteso da Breuilly come una forma di politica e quindi un qualcosa che attiene al potere e alle sue modalità di espressione. Breuilly contesta le tesi sul nazionalismo di Antony Smith perché portano alla conclusione assurda che il nazionalsocialismo nazista non era un vero nazionalismo. Breuilly ha condotto una ricerca storica comparata sulle diverse forme di nazionalismi che qui riassumiamo:- Il nazionalismo di unificazione nell’Europa del XIX secolo, (es. Italia e Germania)- Il nazionalismo separatista nell’Europa del XIX secolo, (es. Ungheria, Cecoslovacchia, Romania, Serbia, Grecia e Bulgaria)- Il nazionalismo separatista nel mondo arabo, (es. Impero ottomano, Egitto)- Il nazionalismo anticoloniale,- Il nazionalismo coloniale,- Il nazionalismo riformatore, (es. Cina, Giappone)- Il nazionalismo in un mondo di Stati-nazione,- Il nazionalismo riformatore nei vecchi Stati-nazione, (es. Fascismo e Nazismo)- Il nazionalismo nell’Europa centro-orientale contemporanea. Lo sviluppo dello Stato moderno, secondo Breuilly, ha plasmato il nazionalismo in vari modi e lo Stato è diventato, esso stesso, l’oggetto di conquista del nazionalismo.L’idea di Kant, di un mondo composto da Stati in competizione tra loro, è l’elemento fondante della ideologia nazionalista ma ciò presuppone l’abolizione della distinzione tra Stato e società, una ipotesi che è solo teorica e che determina la debolezza del nazionalismo e la sua instabilità: “Il nazionalismo conserva la propria specificità solo finché non ha successo. Il nazionalismo è una particolare risposta alla distinzione, peculiare del mondo moderno, tra Stato e società. Esso cerca di abolire tale distinzione. E, nella misura in cui vi riesce, esso distrugge le proprie fondamenta.”90 La validità di tale affermazione viene confermata dall’esperienza del fascismo. Il proposito del fascismo era proprio quello di abolire le distinzioni tra pubblico e privato: tutto doveva essere approvato dal partito: le attività sportive, la scuola, il cinema, la letteratura. Noi condividiamo le tesi di Breuilly anche quando afferma che il nazionalismo non è l’espressione della nazionalità, ossia il sentimento di appartenenza ad una nazione, e non è nemmeno una risposta alla pura e semplice oppressione dei popoli, “se cosi fosse, noi avremmo dovuto aspettarci che fossero diventati nazionalisti i rumeni anziché i magiari, e gli abitanti del Congo belga anziché quelli dell’India.”91 Concludiamo questo capitolo dicendo che i nazionalismi nei paesi sviluppati non hanno speranza di riemergere perché mancano del requisito di rappresentare forti disuguaglianze sociali, mentre, nelle società poco sviluppate, affinché il nazionalismo si affermi, è necessario che una minoranza nazionale sia maggioranza regionale e che lo Stato centrale sia, per la sua stessa natura nazionalista, insensibile alle istanze di autonomia e di progresso della regione. |
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