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Video di Angelo Scalese

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Le razze non esistono PDF Stampa E-mail

Le prove della scienza

Narra un’antica leggenda pellerossa che Dio creò l’uomo servendosi di acqua e farina. Il primo giorno preparò un impasto e lo mise nel forno, poi si addormentò. Al risveglio si accorse che il pane era bruciato. E allora Dio disse: “Questa sarà la razza nera”.Il giorno seguente Dio fece un altro impasto ma, temendo di bruciarlo, questa volta lo sfornò prima del tempo e così il pane risultò essere poco cotto. E allora Dio disse: “Questa sarà la razza bianca”. Il terzo giorno rifece l’impasto e, per non farlo bruciare, aggiunse molto olio, ma l’esito fu quello di sfornare un pane troppo dorato. E allora Dio disse: “Questa sarà la razza gialla”. Il quarto giorno Dio fece un altro impasto dosando bene acqua farina ed olio, prestando molta attenzione alla cottura. Fu così che Dio riuscì a sfornare un pane ben cotto. Allora Dio disse: “Questa sarà la razza pellerossa”. L’idea di distinguere l’umanità in razze e di presumere la superiorità della propria è diffusa in tutte le culture. Dal punto di vista antropologico, il sentimento razzista discende dallo spirito di conservazione dell'individuo, perché, tutelando il gruppo di appartenenza, esaltandone le virtù ed alimentando la diffidenza verso gli altri, aumentano le possibilità della sopravvivenza dei suoi componenti. In seguito, l’evoluzione della civiltà umana ha portato alla consacrazione della diversità razziale, prima attraverso la religione, che affida al popolo prediletto il compito di salvare l’umanità, e poi attraverso la scienza che ne garantisce, con l’impianto logico-normativo che le è proprio, una validità gnoseologica. Oggi, alle soglie del Duemila, esistono ancora organizzazioni che proclamano la superiorità della razza bianca facendo appello alla Bibbia e al Vangelo: 

...Abramo è il padre della sola razza bianca (Abramo nell’originale ebraico è tradotto: ”Per mostrare il sangue in viso, lo fece rosa”) Genesi 5:1

 

... Noi crediamo che quelle che nella Bibbia sono note come le 12 tribù di Israele, in questo tempo sono disseminate su tutta la Terra, e sono oggi note come Anglosassoni, Germanici, Teutonici, Scandinavi, Celtici etc...[30]

 La scienza, invece, in particolare l’antropologia fisica, analizzando le differenze ereditarie, biogenetiche, anatomiche e fisiologiche, tende oggi a negare la distinzione della specie umana in razze, a favore di una classificazione dell’umanità per tipi, i cui elementi biologici comuni sono prevalenti rispetto agli elementi di differenziazione. E' stato infatti dimostrato, che anche all’interno di piccole comunità, gli elementi differenziali ricorrono con la stessa frequenza riscontrabile nell’intera umanità.   Ma che cosa s’intende per razza?  La razza è definita da Luigi Luca Cavalli Sforza: “Un gruppo di individui che si possono riconoscere come biologicamente diversi dagli altri”[31].Le teorie sulla specie umana e sulla sua filogenesi, elaborate nel tempo, sono state condizionate, naturalmente, dagli strumenti di indagine a disposizione: dalle teorie di Linneo, che si limitava ad analizzare gli aspetti morfologici, a quelle di Deniker e Stratz basate sugli aspetti somatologici, dalle teorie craniologiche di Kert, a quelle combinate di Coon, Deniker, Eickstedt, Montandon, Ripley Sergi e altri. Renato Biasutti, nel 1941, pubblicò un’opera imponente dal titolo Razze e i popoli della terra; circa 2500 pagine in cui la spe


 

cie umana era catalogata in base alla statura, alle dimensioni e forme del cranio, al colore degli occhi e dei capelli ossia in base ai caratteri morfologici degli individui. Biasutti illustrò le varie teorie elaborate dagli etnologi sottolineando però l’inadeguatezza degli strumenti utilizzati:  

Il Livi perciò volle considerare sia le variazioni proporzionali di ciascuna categoria di colore dei capelli e degli occhi: sia le loro combinazioni negli stessi individui (tipo biondo puro, bruno puro, nero puro): sia infine la semisomma della proporzione per cento degli individui con capelli biondi e di quelli con occhi celesti (tipo biondo misto), quindi degli individui con capelli neri e occhi castani o neri (tipo bruno misto).[32]

 La descrizione continua con un susseguirsi di indici cefalici, di nasi “arricciati” e “aquilini” che finiscono per svuotare di ogni contenuto scientifico la definizione di razza così come è stata enunciata in precedenza.Numerose furono le classificazioni delle razze europee illustrate dal Biasutti: quella di Von Eickstedt, che aveva individuato le seguenti tipologie razziali: nordide, esteuropide, alpinide (tra cui erano compresi i lapponi), dinaride, armenide, turanide, orientalide, mediterranide e indide; la classificazione di Deniker, che suddivideva la razza alpina in: occidentale, lappone, adriatica e assiroide, distinguendo la razza mediterranea in atlantico-mediterranea e berbera. Ripley invece le ricomprendeva tutte nelle razze: teutoniche, alpine e mediterranee. Le suddivisioni individuate da Montadon e Coon non si differenziavano molto dalle altre e anche Biasutti, che riportava una classificazione delle razze europee simile a quella di Von Eickstedt, non associava i lapponi agli alpini e separava i berberi dalla razza mediterranea.Le razze italiane, descritte dal Biasutti come il risultato degli studi condotti dal Livi,[33] erano tre: la razza alpina, la razza adriatica e la razza mediterranea. Per ciascuna di queste venivano descritti dettagliatamente gli indici antropometrici che le erano proprie. A volte, però, accadeva che le caratteristiche di una razza venissero riscontrate in un territorio diverso da quello abituale e allora il sistema tassonometrico entrava in crisi giungendo così a conclusioni contraddittorie: 

E’ bene tener presente che sensibili minoranze mediterranee esistono nella popolazione dell’alta Lombardia e del Trentino. La presenza di questi dolicocefali mostra in più luoghi una netta tendenza ad abbassare la statura media: per esempio, nel Vogherese, nel Bresciano, a nord del lago di Garda. E non è meno evidente una tendenza all’associazione con le colorazioni scure dei capelli (Tortona, Treviglio). La presenza di un assai forte elemento mediterraneo, in proporzioni variabili dal 20 al 28%, è stata messa in rilievo da V. Lebzelter per i distretti meridionali e centrali del Trentino.[34]

 Un’anomalia così rilevante non era giustificabile in alcun modo perché metteva in crisi il concetto stesso di razza: non avrebbe senso, infatti, classificare l’umanità in base alle misure antropometriche se queste non rispondono al requisito della omogeneità territoriale e della stabilità temporale. D’altro canto lo stesso Biasutti si era accorto che, nel corso di pochi anni, la statura media della popolazione dell’isola di Texel, in Olanda, fosse passata da 165,2 cm a 173,3 cm, ricordando a coloro che fondavano la determinazione delle razze e sottorazze sulla statura media, quanto fosse inadeguato questo dato. [35]Dal punto di vista epistemologico l’antropologia delle razze ha subito, nel secondo dopoguerra, un’evoluzione simile a quanto è accaduto alla linguistica. Il metodo d’indagine sulle lingue, come quello sulle razze, era condizionato, nel secolo scorso, dal comparativismo, dall’evoluzionismo e dal positivismo delle scienze naturali. L’accento veniva posto principalmente sull’indagine grammaticale, sulle differenze fonetiche e fonologiche. I romantici tedeschi (Schlegel) divisero le lingue in isolanti, agglutinanti e flessive.[36] Allo sviluppo della dialettologia nella linguistica, corrispondeva la frammentazione delle razze in sottorazze nell’antropologia fisica. L’esito di questo tipo d’indagine era scontato per entrambe le discipline: quanto più da vicino si esaminavano le lingue tanto più si notava come le divisioni geografiche dei dialetti erano in continua fluttuazione e i termini distintivi che via via venivano rilevati, si manifestavano inadatti a rappresentare, con rigore scientifico, gli elementi tassonomici. Alla teoria meccanicistica di Bloomfield e Weiss in linguistica, corrispondeva in genetica “la legge biogenetica fondamentale” di Haeckel, secondo la quale l’ontogenesi, cioè lo sviluppo individuale degli embrioni, è una ricapitolazione abbreviata e incompleta della filogenesi, cioè dello sviluppo evolutivo della specie. Una teoria quest’ultima, che favoriva le teorie razziste perché l’elemento eugenetico veniva acquisito come elemento biologico. Il razzismo è definito come l’insieme delle dottrine basate sulle ineguaglianze delle razze umane, che affermano la superiorità di una razza sulle altre. Secondo George Mosse[37], il razzismo in Europa si sviluppò nel ‘700, a seguito della espansione coloniale dei Paesi europei. I frequenti contatti degli Europei con i popoli degli altri continenti e l’introduzione in Europa di numerosi immigrati dalle colonie posero il problema della contaminazione della razza e distrussero il mito del buon selvaggio[38], che aveva caratterizzato la letteratura francese e inglese da Rousseau a Defoe. Gli antropologi cominciarono a considerare i negri come l’anello mancante tra la scimmia e l’uomo: 

L’antropologo inglese Edward Tyson aveva supposto, nel 1699 che questo anello fosse costituito dai pigmei e aveva criticato gli antichi per aver considerato i pigmei degli esseri umani, mentre in realtà essi sarebbero più simili agli animali.[39]

 Nella stessa epoca si affermarono nella cultura inglese, le filosofie empiriste e l’indagine sui modi dell’esperienza sensibile portarono alla elaborazione di un’estetica del gusto: la definizione dei canoni estetici classici determinava di conseguenza una disposizione gerarchica dell’umanità dal punto di vista estetico, che, giustificando la distinzione razziale, forniva un’implicita legittimazione delle classi sociali dal punto di vista genetico (i nobili di sangue blu).Va ricordato, però, che già allora Lamarck e soprattutto Buffon con la sua Histoire naturelle de l’homme del 1778, sostennero che le differenze razziali fossero determinate dal clima, dall’alimentazione, dalle diversità culturali e da mutazioni casuali. Il padre del razzismo moderno fu il conte e sociologo francese Joseph Arthur De Gobineau[40]. Con argomentazioni che oggi sentono il peso del tempo trascorso, il conte francese tentò di dimostrare che il declino di una civiltà non dipendeva dal fanatismo, dal lusso, dai cattivi costumi, dall’irreligiosità e nemmeno dalla incapacità dei governanti, ma semplicemente dalla contaminazione delle razze e dal miscuglio delle caratteristiche etniche. De Gobineau riteneva che alcune popolazioni non potessero svilupparsi perché non ne avevano l’attitudine:  

 Il fatto è che perché uno Stato commerciale si stabilisca su una costa o su un’isola qualsiasi, ci vuole qualcosa di più dell’aperto mare o degli impulsi nati dalla sterilità del suolo o perfino dalle lezioni dell’esperienza altrui; ci vuole, nello spirito dell’indigeno di quella costa o di quell’isola, l’attitudine speciale che sola lo porterà a sfruttare gli strumenti di lavoro e di successo che si trova a portata di mano.[41]

Significativo è anche il suo atteggiamento nei confronti dei negri:

La varietà negra è la più umile, e giace in fondo alla scala. Il carattere di animalità impresso nella forma del bacino le impone il suo destino dal momento della concezione. Essa non uscirà mai dal più ristretto circolo intellettivo. Non è tuttavia un puro e semplice animale questo negro dalla fronte stretta e sfuggente che porta, nella parte centrale del cranio, indice di certe energie grossolanamente potenti.[42]

 Degli appartenenti alla “razza gialla”, invece, affermò che non hanno fantasia e che si limitano a vivere il più mollemente e il più comodamente possibile.Se De Gobineau avesse potuto vivere fino ai giorni nostri avrebbe preso atto che lo sviluppo  dei popoli nel mondo non è stato condizionato dalle sue leggi e i luoghi comuni da lui espressi sulle razze sono stati  smentiti dalla storia.Le tesi di De Gobineau[43] non erano state accolte con favore dai  Francesi, ma ebbero molto successo in Germania[44] dove, la “superiorità” della razza bianca venne identificata con la supremazia del popolo tedesco. Il razzismo si trovò subito integrato nel nazionalsocialismo, che sfociò nella politica razzista del nazismo e del fascismo. Emblematico fu il “Manifesto degli scienziati razzisti” pubblicato sul Giornale l’Italia il 14 luglio 1938 e sottoscritto da 180 scienziati, una dimostrazione di quanto il mondo scientifico ritenesse valide le teorie sulle razze. L’articolo uno del Manifesto dichiara che le razze umane esistono, l’articolo due che esistono grandi e piccole razze, l’articolo tre che il concetto di razza è un concetto puramente biologico. Quest’ultimo è stato poi smentito dalla Dichiarazione sulla razza del 6 ottobre dello stesso anno approvata dal Gran Consiglio, in cui si fa dipendere l’appartenenza alla “razza” ebraica dalla religione praticata, negando quindi l’affermazione contenuta nell’articolo tre del “Manifesto” in cui si afferma che il concetto di razza é un concetto puramente biologico. Gli stessi criteri di appartenenza alla “razza” ebraica sono stati inseriti nel Decreto Legge del 17 novembre 1938 n. 1728,: “Provvedimenti per la difesa della razza italiana” firmato da Vittorio Emanuele III, Mussolini, Ciano, Solmi, Di Revel e Lantini. Con tale decreto venivano vietati i matrimoni tra cittadini appartenenti alla razza ariana e cittadini di altre razze. Era fatto divieto ai cittadini dichiarati ebrei di assumere incarichi amministrativi e politici e di essere titolari di aziende con più di 100 dipendenti, di possedere terreni del valore superiore a 5.000 lire e fabbricati con estimo maggiore di 20.000 lire e, naturalmente, di avere alle dipendenze domestici di “razza” italiana. Queste disposizioni, però, non erano applicabili a quegli ebrei che avessero servito la causa fascista in qualità di combattenti o che fossero stati iscritti al partito fascista negli anni 1919, 20, 21, 22 e nel secondo semestre del 1924!Non tutto il mondo scientifico, ovviamente, avrà condiviso le idee dei 180 scienziati e, certamente  anche tra questi, alcuni che dubitassero della superiorità della razza ariana vi saranno pur stati. Ciò che sorprende però, è  l’appiattimento culturale del mondo scientifico e la sua sottomissione alla volontà della classe politica dominante. Si è dovuto attendere il 1950, l’anno della Dichiarazione sulla razza e le differenze razziali, nella quale l’UNESCO affermava che è priva di ogni significato scientifico e morale qualunque dottrina che vuol far risalire alle differenze di razza le differenze di ordine intellettuale e psichico, attribuendo, agli incroci tra varie razze, effetti biologici negativi. Una chiara e netta posizione contro l’antroposociologia che, nella prima metà del nostro secolo, ha avuto il sostegno della comunità scientifica, nonostante la genetica, nata nel  secolo scorso con gli esperimenti di Mendel, avesse già fatto emergere quanto i caratteri morfologici ed antropometrici fossero inadeguati a rappresentare le differenze biologiche rispetto al gruppo sanguigno e al patrimonio immunitario. Non solo, fin dal 1911, Franz Boas e prima ancora Gustav Fritsch (1870), avevano dimostrato che i caratteri morfologici nell’uomo avevano subito una sostanziale modificazione a seguito del suo “addomesticamento”. Fritsch aveva infatti osservato che la struttura ossea dei Boscimani era sottile ma solidissima rispetto a quella degli Europei. Le stesse differenze venivano notate tra gli animali selvatici e quelli addomesticati.[45]  Ciò che ha messo definitivamente in crisi il metodo antropometrico è stata la ricerca fatta da Boas sull’indice cefalico degli immigrati in America:  

Per gli ebrei questo indice oscilla attorno a 83, ma quando nascono in America cambia immediatamente. Il valore scende a 82 circa per quelli nati immediatamente dopo l’immigrazione dei genitori e raggiunge 79 nella seconda generazione, cioè nei figli dei figli nati in America.[46]

 Attraverso un’analisi comparativa delle popolazioni di tutto il mondo, dai Vedda dello Sri Lanka,  agli Eschimesi, agli Europei delle varie epoche, Boas dimostrò l’infondatezza scientifica del metodo antropometrico per la classificazione delle razze umane. Bisognava cambiare l’approccio epistemologico alla disciplina, doveva accadere in antropologia fisica ciò che è accaduto con Chomsky in linguistica.[47] Chomsky scoprì che le lingue sono composte da una struttura profonda, che rende il significato della frase attraverso la sua interpretazione  semantica, e da una struttura superficiale generata da una successione di trasformazioni della prima senza che ne conseguano mutamenti di significato. Grazie a questi  nuovi strumenti di indagine si è potuto scoprire che  i tratti distintivi delle lingue non sono gli aspetti fonemici della struttura superficiale, che non consentono l’elaborazione di una classificazione scientifica delle stesse, ma pochi principi e parametri che caratterizzano la struttura profonda delle lingue e che fanno parte del patrimonio genetico dell’uomo: “La grammatica universale è parte del genotipo, che specifica un aspetto dello stato iniziale della mente e del cervello umani.”[48]. Per analogia,  studiando le differenze genetiche tra le razze, si è scoperto che la classificazione della specie umana attraverso le differenze antropometriche e morfologiche (struttura superficiale) conduceva ad un vicolo cieco, soprattutto a causa della instabilità nel tempo delle suddette differenze, instabilità dovuta a fattori esterni quali il clima, l’alimentazione e i fattori culturali. Differenze genetiche quali la statura o il colore della pelle, fanno pensare, ad un’omogeneità che potrebbe definire una razza; in realtà, se si sposta l’indagine  al livello più profondo delle caratteristiche genetiche degli individui, si scopre che all’interno di questi tipi esistono differenze biologiche molto forti che non consentono alcun tipo di classificazione. Un uomo dalla pelle nera ed uno dalla pelle bianca, che hanno entrambi il gruppo sanguigno del tipo B, appartengono alla stessa razza  oppure sono di razze diverse? Per un pregiudizio culturale si è portati a rispondere che appartengono a razze diverse, ma, se facciamo riferimento alla definizione data da L.L. Cavalli Sforza, non possiamo non assumere come elemento fondamentale della classificazione delle razze umane il gruppo sanguigno. In tal caso si otterrebbe la divisione in quattro gruppi: A, B, 0, e AB. Posto in questi  termini, il problema non interesserebbe più a nessuno perché, fatta eccezione per i nativi d’America che appartengono per il 98% al gruppo 0, gli altri popoli, condividono, se pur in misura diversa, tutti i gruppi sanguigni.[49] La nostra analisi potrebbe ritenersi conclusa se non tenessimo conto di alcune considerazioni che rendono il problema molto più complesso di quanto non possa apparire a prima vista.-  La trasmissione del gruppo sanguigno è ereditata dal padre e dalla madre e questo polimorfismo genetico produce come conseguenza l'esistenza di un antigene positivo e un antigene negativo  che farebbe nascere quantomeno delle sottorazze rispetto a quelle elencate.[50]- La distribuzione dei geni negli individui, studiata dalla geografia genetica, crea un’ulteriore complicazione nella determinazione delle sottorazze: la frequenza di due alleli in una popolazione  avviene secondo la legge di Hardy-Weinberg (i fondatori della disciplina) solo se la popolazione è isolata, se l’accoppiamento dei suoi membri avviene in modo casuale, se non è soggetta alla selezione naturale, se non si verificano mutazioni e se è molto numerosa.      - Il sistema A,B,0 è presente in tutti i popoli  della Terra    anche se si differenziano per la frequenza genetica così come appare  nella seguente tabella:[51] 
Regione o Continente 
A
B
0
Europa 27865
 Baschi23275
 Italiani20773
 Inglesi25867
Asia orient. 201961
America(autoctoni) 1,40,398
Australia(autoctoni) 22276
       - L’introduzione dei marcatori genetici nello studio della variabilità umana  ha prodotto un metodo di indagine rigoroso perché  essi non  sono soggetti a mutamenti dovuti all’ambiente. Le frequenze geniche dei marcatori dipendono: dalla selezione naturale, dalla mutazione, dalla migrazione e dal caso.52-  Gli studi sul polimorfismo del DNA condotti recentemente da numerosi scienziati in tutto il mondo[52] hanno prodotto delle mappe che consentono di dedurre le linee filogenetiche delle popolazioni che trovano il conforto della archeologia e della linguistica.-  I caratteri superficiali di un individuo come il colore della pelle, dei capelli, degli occhi, la statura e altri caratteri morfologici, sono anch’essi ereditari ma non seguono una regola ben precisa e soprattutto sono soggetti ai mutamenti ambientali e culturali  come dimostrò Franz Boas  confrontando i figli degli immigrati degli Stati Uniti con i loro parenti rimasti nei paesi d’origine.  Gli studi condotti da Luigi Luca Cavalli-Sforza e da altri scienziati quali Socal, Piazza e, in particolare, Sajantila54 portano alla seguente conclusione: 

Fallimento scientifico del concetto di razza nell’uomo.

...A mano a mano che si scende lungo la scala tassonomica, i confini genetici tra i gruppi divengono sempre meno chiari. In termini evolutivi la spiegazione è semplice: c’è una grande varietà genetica in tutte le popolazioni umane, anche in quelle piccole, e queste variazioni individuali si sono accumulate in tempi molto lunghi.

 

...Popolazioni diverse presentano gli stessi polimorfismi, ma con frequenze che variano dall’una all’altra: infatti la differenziazione geografica dell’uomo moderno è recente, avendo richiesto circa un terzo dell’esistenza della specie umana, e quindi non c’è stato abbastanza tempo per accumulare una divergenza sostanziale.55

 Anche sul razzismo, nello stesso testo, viene assunta una posizione chiara ed inequivocabile: 

Nessuna delle nostre ricerche conferma che la rivendicazione della superiorità di una popolazione nei confronti di un’altra abbia basi genetiche: la superiorità è un concetto politico e socioeconomico, legato agli eventi della recente storia politica, militare ed economica e alle tradizioni culturali di determinate nazioni o gruppi sociali. La storia insegna che questa superiorità è del tutto transitoria, mentre il genotipo cambia molto lentamente.56

In  poco più di mezzo secolo, le posizioni del mondo scientifico sulla esistenza delle razze sono state completamente  ribaltate e l’identità razziale oggi non è più un mezzo di identificazione collettiva. E’ possibile disegnare le mappe di una frequenza genica, la distribuzione dei polimorfismi, le mappe dei valori della omozigosità genetica del mondo, ma da tutte queste analisi risulterà sempre più chiaramente che anche nelle comunità umane più piccole, le caratteristiche genetiche dei suoi componenti presentano la stessa variabilità che è presente nella popolazione mondiale. Gli studi condotti dall’antropologia genetica hanno portato alla conclusione che l’uomo  ha popolato il   mondo partendo dall’Africa per passare all’Asia e poi all’Europa; un’Europa che risulta formata dalla mescolanza di Africani e Asiatici. Le differenziazioni delle popolazioni, dal punto di vista genetico, vengono giustificate da alcuni fenomeni, quali la deriva genetica, che non rappresenta comunque un elemento di distinzione razziale.Se il concetto di razza, riferito all’essere umano, non gode più del sostegno del mondo scientifico e,  se pur con qualche prudenza, della cosiddetta società civile, non altrettanto si può affermare rispetto  all’idea di etnia. Nell’ultimo decennio l’interesse verso la distinzione etnica è cresciuto notevolmente e ha determinato un fenomeno definito revival etnico.
 
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leggi:

 

http://espresso.repubblica.it/dettaglio/Nel-giardino-del-papa/2031962/18 

 

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