| La globalizzazione |
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secondo Violante Al dibattito: global no global, organizzato nell’ambito della Festa Tricolore del Secolo d’Italia, l’esponente DS: On.le Violante ha affermato che la globalizzazione è sempre esistita ed ha citato gli esempi della Cina, di Alessandro Magno, dei Romani e la colonizzazione del Nuovo Mondo ad opera delle Nazioni Europee. L’On.le diessino, non ha spiegato, però, che quelle globalizzazioni hanno prodotto la scomparsa di civiltà quali quella degli Atzechi, dei Maya, degli indiani d’America ecc. Nulla ha detto sugli aborigeni australiani che trascorrono la loro esistenza, ubriachi, emarginati da una società in cui non si riconoscono. Il problema dell’On.le Violante e della sinistra, più in generale, non consiste nel condividere il fatto che tutte le culture abbiano diritto di esistere e di sopravvivere, quanto nell’accettare di riconoscere i caratteri distintivi di una cultura nelle specificità nazionali. L’antropologo americano Antony Smith, avvalendosi degli studi di Connor, di Gellner e di Watson definisce, con il termine mytomoteur il complesso mito-simbolico che avanza particolari pretese intorno alle origini e alle linee di discendenza di un gruppo, all’interno del quale, il bisogno di identificarsi con una comunità consente all’uomo di affermare l’identità individuale e il rispetto di sé. In accordo con Durkheim, Smith sostiene che molte nazioni si sono formate perché disponevano di un “pedigree etnico”, una specie di stampo all’interno del quale tutti i processi culturali e sociali possono dischiudersi. A questa specie di stampo arriva anche Altan attraverso un processo di mitopoiesi che produce il paradigma degli elementi costitutivi durevoli delle comunità etniche e delle nazioni: l’epos (memoria storica), l’ethos (norme comuni), il logos (linguaggio comune), il genos (discendenza) e il topos (i confini della patria). Il fatto che mio nonno (genos), cavaliere di Vittorio Veneto(epos), abbia combattuto per fare l’Italia (topos) e per difendere i valori della patria (ethos), consente a me, che sono suo nipote, di vantare dei diritti sul territorio italiano rispetto a cittadini di altre nazioni che non sempre ci chiedono di essere ospitati e che sempre più spesso cercano di imporci la loro cultura ? La civiltà occidentale ha già da tempo accettato l’idea che le altre culture rappresentino una ricchezza che va tutelata e conservata. Dal mito del “buon selvaggio” del periodo illuminista alla “critica al Ramo d’oro” di Wittgenstein, l’occidente ha cercato di comprendere e valorizzare le altre culture; questo percorso altrove non si è sviluppato e quindi rappresenta un problema che emerge quando la globalizzazione pone a confronto le diverse culture. Molti sono convinti che le potenze economiche e militari riescano ad imporre la loro cultura ai popoli più deboli. Non è sempre vero! Basti pensare ai Longobardi che acquisirono la cultura dei popoli sottomessi. Il fatto che i Giapponesi abbiano invaso i nostri mercati con i loro elettrodomestici ci ha forse fatto diventare un po’ Giapponesi? Quanto, invece, nel mondo si va diffondendo il modo di mangiare, di vestire, di cantare, di pensare Italiano? Il problema della sinistra è che non riesce a sedersi a quella grande tavola imbandita che è la globalizzazione con la bandierina dell’italianità (e non della padanità) dove ciascun popolo esibisce i propri connotati culturali e li confronta perché vengano condivisi.
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