| Dibattito sull' immigrazione |
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Quando si discute di immigrazione, la sinistra ama ricordare che anche gli Italiani sono stati migranti ed hanno goduto dell’ accoglienza di Paesi più fortunati e che oggi, noi che siamo un Paese ricco, non dobbiamo chiudere la porta in faccia a chi ha bisogno. E’ un approccio paternalistico e superficiale ad un problema complesso e non confrontabile per distanza culturale e per modelli economici differenti.L’emigrazione Italiana fu un’emigrazione condivisa, controllata e necessaria nelle società ad alto sviluppo industriale e con una forte propensione allo sfruttamento. Negli Stati Uniti fra il 1880 e il 1915 arrivarono quattro milioni di nostri connazionali (queste cifre non tengono conto però dei numerosi emigranti che rientrarono in Italia: il 50/60 % nel periodo 1900-1914). Circa il settanta per cento di essi proveniva dal Meridione, ma, tra il 1876 e il 1900, la maggior parte era del Nord Italia con il quarantacinque per cento composto solo dal Veneto, Friuli Venezia Giulia e Piemonte. Appena giunti negli Stati Uniti d'America, venivano accolti da criminali, diretti in carri merci o carri bestiame, trasportati fino in West Virginia, finivano praticamente schiavi dei loro 'padroni' a lavorare nelle miniere: il 6 dicembre 1907, a Monongah, USA, nelle miniere n°6 e 8° una serie di esplosioni causarono una ecatombe di vite umane, dal numero imprecisato perché neanche un terzo dei minatori era registrato..Per cercare di diminuire i numerosissimi casi di sfruttamento venne emanata la Legge Crispi del 30 dicembre 1888 n°5866.In Brasile la manodopera degli emigranti italiani sostituì in buona parte quella prestata fin allora dalle persone usate come schiavi, tanto che il Governo Italiano proibì l'emigrazione in questo paese con il Decreto Prinetti del 1902".L’ immigrazione odierna, non è condivisa, non è controllata ed è relativamente necessaria perché nella società postindustriale globalizzata, quale è quella attuale, prevale il fenomeno della delocalizzazione dei processi produttivi e la dismissione delle attività manifatturiere concentrando, nei paesi sviluppati, quelle attività ad alto contenuto tecnologico, di direzione e progettazione, mentre la produzione viene trasferita nei paesi in via di sviluppo con manodopera a basso costo. Attività che non incontrano le aspettative di quei milioni di immigrati che dal Mediterraneo e dall’ est Europa si muovono nel senso contrario rispetto alle necessità che la delocalizzazione produttiva richiede.L’occupazione residuale che ha interessato, in parte, il fenomeno migratorio, dovuta al mantenimento di distretti industriali che sono in ritardo rispetto al mercato globale e allo sviluppo della ricerca e dell’automazione, soprattutto a causa delle ridotte dimensioni aziendali, produce come effetto il prolungamento di una crisi strutturale che porta ad un lento ma inevitabile declino. E’ questo il caso prevalente delle attività manifatturiere del nord-est. Un’ illusione coltivata dal fenomeno migratorio è che il progressivo invecchiamento della popolazione italiana potesse essere coperto dal maggior indice di natalità della famiglia immigrata. E’ stato invece dimostrato che anche gli immigrati, appena si adeguano agli standard della famiglia italiana, riducono drasticamente l’indice di natalità perché in Italia non si sono mai sviluppate delle adeguate politiche familiari.Come pure illusoria è la speranza che, con i contributi previdenziali versati dalle badanti (poco più di un euro l’ora), si riescano a pagare le pensioni dei nostri figli, ormai quasi tutti laureati, appartenenti alle fasce reddituali medio-alte.Per non dire dell’ elevato costo sociale di inserimento di famiglie di immigrati che hanno bisogno di case, scuole con docenti facilitatori, centri di accoglienza, assistenti sociali, strutture carcerarie, strumenti di prevenzione del crimine e maggiori organi di polizia, oltre al costo degli accordi bilaterali che il nostro paese sottoscrive con le nazioni confinanti affinché tengano sotto controllo il fenomeno migratorio. Un costo sociale così elevato ci impone di rispondere alla seguente domanda:Quanti immigrati possiamo accogliere nel nostro Paese?Per la sinistra radicale e per una parte del mondo cattolico, non ci sono limiti all’accoglienza. Questa affermazione non è condivisibile per due ordini di motivi. Il primo è dovuto agli aspetti economici. Siccome questo tipo di immigrazione rappresenta un costo, il limite sta nella nostra capacità di produrre ricchezza. Più siamo ricchi e più possiamo accogliere immigrati. Se si osserva la città di New York, si vede subito che c’ è un esercito di infaticabili immigrati che lavorano incessantemente come formiche per far funzionare la grande mela al servizio di una classe dirigente ricchissima che governa l’economia mondiale.Ma non è il caso dell’ Italia. A meno ché non si consideri accoglienza far vivere degli esseri umani nelle baracche, privi di servizi igienici e della dignità stessa di uomini. Tale condizione, associata alla incapacità di gestire i maggiori spazi di autonomia e libertà che le società più evolute offrono e alla incapacità di sentirsi parte vitale e attiva della società accogliente, scatenano una violenta reazione rivendicativa e antisociale che sfocia in una preoccupante ondata di episodi criminali che vedono gli stranieri come protagonisti negativi. I dati raccolti sul Rapporto Criminalità-Immigrazione parlano chiaro e troppe classifiche fra furti, rapine, stupri, aggressioni, omicidi sono guidate da immigrati, in particolare quelli originari dell'est europeo, a fronte del loro numero comunque limitato rispetto alla popolazione autoctona.L’altro motivo è la difficoltà che incontrano gli immigrati ad integrarsi nella cultura del paese ospitante.Le popolazioni immigrate, bisognose di tutto, hanno la necessità di organizzarsi politicamente per tutelare i diritti negati dalle nazioni ospitanti ed hanno la necessità di mantenere quella connotazione etnico-culturale della nazione di origine. E’ un fenomeno che si è manifestato anche negli anni 60/70 quando gli immigrati dal sud al nord dell’ Italia, organizzavano il consenso politico su base regionale. I candidati andavano a cercare i voti tra i loro corregionali che si sentivano rappresentati solo perché provenienti dalla stessa regione.Gli Italiani, che all’estero hanno costituito delle minoranze, come era ad esempio la comunità di little Italy a New York, partecipavano alla vita politica delle nazioni ospitanti, attraverso i loro rappresentanti che facevano appello al comune sentire nazionale, ricevendo in cambio, provvidenze a tutela di una comunità che si identificava con un’ Italia che ormai non esiste più da tempo. Una minoranza culturale, cristallizzata al momento in cui ha perso il contatto con l’Italia, che non si evolve perché non riceve più stimoli dalla società di origine: un distacco dalla realtà della vita quotidiana che consegna alla staticità dei riti e delle tradizioni, il fatto di essere Italiano. Non a caso, se vogliamo ritrovare i riti religiosi di un tempo, bisogna andare a vedere le feste che si svolgono in queste comunità. Questo fenomeno produce nell’ immigrato una resistenza alla integrazione proprio perché mancando un rapporto dialettico con la cultura di origine, si determina, nella cultura dell’ emigrante, uno scostamento tra i simboli e i significati e crea una sorta di dialogo a due voci, di tipo parodico, tra una cultura statica e una realtà che si evolve: una cultura che diventa una semplice trascrizione letteraria della realtà. Il fenomeno migratorio, va analizzato con lo strumento delle scienze sociali sul piano sincronico e sul piano diacronico. L’osservazione che emerge dall’indagine sincronica ci porta ad analizzare le motivazioni, il livello culturale ed economico del migrante, la cultura della società di provenienza e la cultura della società accogliente.
L' identità culturale del migrante non la si può astrarre dai contesti in cui questo vive nei paesi di accoglimento, dalle relazioni che vi ha stabilito, dalle modificazioni che vi ha subito, ma che vi ha anche indotto; capire l'identità culturale dell'immigrato significa dunque capire anche con quale livello culturale la società di accoglimento cerca di omologarlo al proprio interno e la risposta mi sembra evidente: il livello culturale più basso, quasi marginale o marginale, cioè quello culturalmente più depotenziato, ai fini del potere contrattuale nella società. E' importante evidenziare questo, perché se si salta questa connessione tra immigrati e fasce subalterne del paese ospite, qualsiasi strategie d'intervento promozionale della condizione di vita dei migranti è condannata al fallimento, mentre l'unica prospettiva corrente deve essere la rimessa al centro di ogni attività la sofferta esperienza culturale che questi soggetti attraversano. L'identità culturale del migrante non nasce solo da un'opposizione, dal rifiuto pregiudiziale dell'altro e dall'identificazione solo con il gruppo di appartenenza; nasce invece attraverso le differenti esperienze, i diversi ambienti attraversati, grazie al confronto con ciò che è diverso, cioè con le diverse culture incontrate. Certamente queste identità etnico-culturali vivono ed esistono, nella misura in cui sono compatibili con il sistema in cui si trovano; altrimenti il rischio è che sopravvivano trasformandosi in culture-ghetto, destinate a estinguersi con il passare delle generazioni o ad essere progressivamente sempre più ghettizzate (per esempio, vedi gli zingari). Tutto questo e molto altro viene filtrato attraverso la propria assoluta unicità (identità) da parte di ciascuno. Tale unicità-identità è uno stato potenziale e altamente plastico, capace di mantenersi statico o di cambiarsi. Le tendenza a mantenere statico è la tendenza a non mutare i propri tratti, a non prendere in prestito qualità, a non subire "concessioni" da culture diverse dalla propria; se prevale questo atteggiamento noi vedremo prevalere tra gli immigrati dinamiche di resistenza, antagonismo, di irrigidimento e la scelta di identificazione è allora prevalentemente regressiva, ghettizzante, di pura opposizione frontista. La tendenza al cambiamento è invece la capacità di giocare più varianti della propria identità etnico-culturale; quando prevale questa scelta di entrare nelle dinamiche del prestito, di accettazione e di elaborare di culture diverse da quella del proprio gruppo di appartenenza, l'identità dei gruppi migranti diviene più diffusiva, più dinamica, e allo stesso tempo meno oppositiva e rigida. Il rischio di questo secondo atteggiamento può essere quello del frammentarsi della coscienza tra le tante modalità culturali con cui via via la coscienza dei soggetti migranti si identifica. La possibilità di incontrare più culture, più modelli, propri di ciascuna cultura, si inserisce in una precisa logica storico-sociale. Questa dipende da come si stratificano all'interno di ciascuna società le più culture ed i sistemi di potere, e con quali, tra queste culture, è permesso ai migranti di entrare in contatto. Una tentazione ricorrente nel pensiero scientifico occidentale è quella di considerare diverso il pensiero dei cosiddetti popoli "primitivi" o dei popoli di paesi appartenenti ad aree non ancora alfabetizzate, capaci di una trasmissione orale della cultura e perciò solo superficialmente impregnati dai simboli della cultura occidentale; infatti non usa astrazioni, è un pensiero che si esprime nelle forme della concretezza operatoria, perché la sola veramente utile in quella sfera di vita. Questo non implica affatto che soggetti che vivono questa esperienza mentale, portati in un'altra condizione di vita, dove la sfera del simbolico-formale sia necessaria e dominante, non la possano dominare e usare, anche se questo può costare loro molto sul piano del controllo mentale della realtà. La diversità e la distanza culturale portano implicita in sé un'altra dimensione che va esplorata e che tanto incide sulle modalità d'incontro tra le culture: quella del conflitto. L'avvertimento della diversità produce uno stato d'animo ambivalente, cioè una tensione tra attrazione e rifiuto: questa tensione è alla radice di ogni conflitto culturale, ma non si spiega tutta nella sola dimensione della cultura, cioè nel mondo mentale espresso e esprimibile; forse affonda le radici più profonde nella dimensione filogenetica individuale e collettiva delle culture che entrano in contatto. Nell'incontro tra culture giocano come fattori di conflitto proprio gli universi simbolici di identificazione (lingua, costumi, ritualità, ecc.) quei fattori cioè che costituiscono le basi dell'identità etnica. Il problema sorge solo in presenza della differenza, dal confronto con la differenza; questo confronto si carica di conflitti che sono la radice dei processi di acculturazione. Da quanto tempo siamo spettatori di stili di vita che fanno a pugni con i nostri valori non religiosi ma civili? Che calpestano i valori su cui la nostra Repubblica è fondata? Da quanto tempo chiudiamo gli occhi di fronte a tanti individui che sfruttano donne e bambini lasciati ad accattonare tra le auto che sfrecciano sulle strade? Da quanto tempo facciamo finta di non sapere in quali condizioni igieniche vivano questi bambini, privati di ogni possibilità di essere istruiti in una scuola? E' questa la libertà predicata da chi parla di tolleranza e accoglienza a tutti i costi? Questo accade perché non avviene l’incontro tra la cultura dell’immigrato e della società accogliente perché quest’ ultima rinuncia al confronto perché rappresenta un modello culturale, quello della società tecnologica, che non ha un’ etica e nemmeno una morale, ma quel che è peggio non ha nemmeno un orizzonte. E’ la società descritta da Umberto Galimberti nel suo libro “Il tramonto dell’ occidente nella lettura di Heidegger e Jaspers” che non ha il coraggio di ritenersi figlia della cultura cristiana e di affrancarsi nella sua prospettiva escatologica.Una società avviata al “tramonto” che porta nel termine “occidente” il significato stesso di luogo in cui si spegne il sole, proprio nel momento in cui tutto il mondo insegue senza esitazione la via occidentale. L’indagine diacronica del fenomeno migratorio conduce il pensiero al più nobile degli emigranti in terra italiana: un “Turco” che fuggiva da una lunga guerra portata dai Greci di Agamennone e di Ulisse alla sua città.“E già fugate le stelle, arrossiva l’aurora, quando vediamo lontano oscuri colli e, umile sull’ orizzonte, l’ Italia. ‘Italia’ grida Acate per primo, ‘Italia’ salutano i nostri con urla di giubilo”Con queste parole Virgilio descrive il momento in cui Enea e i suoi compagni raggiungono le coste dell’ Italia, la terra promessa.Nei primi sei libri dell’ Eneide, Publio Virgilio Marone descrive il viaggio di Enea, mentre nei secondi sei descrive la guerra fra i popoli latini e i Troiani e la vittoria di questi ultimi: I Rutili, guidati dal giovane Turno, dopo molte vicende vengono sconfitti da Enea che uccide Turno e si affermò la stirpe che porterà, secoli dopo alla nascita di Romolo e Remo e alla fondazione di Roma.La metafora del fenomeno migratorio, nella condizione più favorevole di un popolo più evoluto, quello di Enea, portatore di una civiltà e valori positivi, si risolva comunque in una tragedia per i popoli autoctoni. Sergio Salvi, nel libro “L’ Italia non esiste”, provocatoriamente descrive i popoli primitivi che hanno popolato l’Italia:“ Tra i Protolatini vanno allora compresi: i Siculi (che, prima di sostituire nella Sicilia orientale i Sicani mediterranei, sembra fossero stanziati nel Lazio);gli Enotri, gli Opici; gli Ausoni; i ben più radicati e resistenti latini; infine i Falisci.Tra gli Italici vanno annoverati almeno due gruppi: gli Oschi e gli Umbri. Sono di idioma Osco i Sanniti o Sabelli (distinti in Pentri o Sanniti propriamente detti, Carecini, Irpini, Caudini e infine Frentani), i Sabellici (vestini, equi, marsi, peligni, ernici e marrucini), nonché quei gruppi di popolazioni sannitiche che, dal VI al Il secolo a. C., hanno invaso e conquistato le terre dei Protolatini (abitate anche da Greci, che vi permangono, e, nel caso della Campania, da Etruschi, che invece scompaiono), dando origine a nuovi popoli: Campani (cioè' "Capuani"), Sidicini, Aurunci, Alfaterni, Lucani, Apuli (costoro a spese degli Iapigi), Bruzi e Mamertini (questi ultimi nella Sicilia orientale).Gli Umbri, approdati nella penisola successivamente agli Oschi, si suddividono invece, a quanto se ne può sapere, in Umbri propriamente detti, Sabini, Volsci, Picenti (e non Piceni, che erano pre-indeuropei) e Pretuzi. I loro idiomi erano comunque strettamente affini a quelli degli Oschi, tanto da costituire con questi un’unica lingua: l’osco-umbro, appunto.Sempre dal mare sono giunti però, nella penisola, altri due popoli indeuropei: gli Iapigi (attorno al 1000 a.C. come gli Oschi), di origine illirica (distinti in Dauni, Peucezi, Messapi e Salentini), nell'odierna Puglia, e infine i Greci (dall'VIII secolo a. C.) i quali, senza abbandonare le loro sedi di partenza, si sono sparsi per tutto il Mediterraneo. Anche gruppi di semiti (Fenici e poi Punici) si sono stabiliti nell'Italia-regione (nelle isole) ma, al contrario dei Greci, si sono limitati a formare colonie mercantili sulle coste senza dare adito a insediamenti particolarmente numerosi ed estesi. Altri due popoli indeuropei, proveniente (per via di terra) dalla solita Europa centrale, si sono insediati invece nell'Italia continentale, che continua a esibire una storia diversa da quella della penisola, i Paleoveneti (nel 1000 a. C.) e soprattutto i Celti o Galli (nel V secolo a.C.): questi ultimi nel corso di una migrazione vastissima che ha interessato l'Europa occidentale fino all'Atlantico, comprese le isole britanniche, senza disdegnare di compiere alcune sostanziose puntate in Oriente.I Celti hanno popolato anche una porzione della penisola: il loro insediamento giungeva infatti fino all'Esino. Si tratta, in questo caso, dei Galli senoni, il cui territorio venne del resto annesso da Roma col nome di ager gallicus, ma incorporato proditoriamente da Augusto nell'Umbria. Per quanto concerne la regione padano-alpina, va rammentato che i Celti hanno ridotto il popolamento venetico a un cuneo inserito nel cuore del loro territorio: a est dei Paleoveneti, erano infatti stanziati i Celti carni (che popolavano il Friuli).A ovest dei Paleoveneti, i Galli si sono mescolati, nelle aree periferiche, coi (paleo)liguri e i Reti dando cosi' origine a popolazioni celto-liguri (quali i Leponzi) e celto-retiche (per esempio i Camuni). Sono questi i padri a cui ci riferiamo quando pensiamo alla Patria come “terra dei padri” e perché non andare oltre nel tempo e riconoscere la cultura romana che è dentro di noi più dei Marrucini o dei tanto celebrati Celti, perché non riconoscere le contaminazioni barbariche del periodo medioevale dei Normanni, dei Vandali, degli Unni, degli Ostrogoti e perché no dei Longobardi che hanno dato nomi a regioni e città? E andando avanti quanti altri debiti ha la nostra cultura nei confronti di arabi, ottomani, aragonesi e poi francesi. Lo studio della glottologia ci dice che, fatta eccezione per la lingua Basca e la Ugro-finnica, tutte le altre lingue parlate in Europa si definiscono lingue indo-europee denunciando una parentela fra le popolazioni asiatiche indiane e quelle che hanno popolato l’ Europa che il grammatico indiano Panini, già ne quarto secolo avanti Cristo aveva scoperto. E’ ragionevolmente concepibile oggi un confronto fra culture diverse che sia compatibile con la condizione di cittadinanza del mondo, che elimini da sé ogni traccia di Etnocentrismo conflittuale, e che assolva al tempo stesso alla funzione di principio di aggregazione e di identificazione rassicurante in un’umanità non ancora pacificata? Secondo Spencer la società si forma per permettere all’individuo di “realizzare” la propria natura, e la sua evoluzione è segnata dalle tappe compiute per raggiungere lo scopo della maggiore felicità. Se questa è la regola possiamo affermare che il nostro tempo ci impone di assimilare, dalle culture che si confrontano, quei caratteri che meglio servono al raggiungimento del bene sociale.La globalizzazione dell’economia produce, in ciascun soggetto sociale, una antinomia tra il desiderio di far aderire la propria cultura a quella universale e il timore di perdere la propria identità culturale. Questa antinomia giustifica il fenomeno del risveglio della passione etnica e dei nazionalismi che da molte parti si va motivando, con argomentazioni che valgono in quanto applicate ad una specifica situazione geopolitica ma che sono esse stesse, alla pari del fenomeno migratorio una conseguenza della globalizzazione. |
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